Riflessioni d’ispirazione taoista sull’azione degli agenti

Un istante. Il vento disegna affreschi sull’erba sfilando fra i tronchi degli alberi. Una breve riflessione d’ispirazione taoista sulle componenti dell’azione degli agenti coscienti e incoscienti.

Il molle nel mondo si riforma, il duro nel mondo si rivoluziona: così l’erba si piega e i rami si spezzano.

Alcuni uomini sono come rami, altri come fili d’erba.  Nell’autosservazione cosciente i fili d’erba possono irrobustirsi e i rami ammorbidirsi, perciò è utile osservare l’evolversi delle cose prima di agire.

I cicli di rivoluzione e riforma compongono la storia dell’universo influenzati dallo yin perdurante e dallo yang effimero, il primo opponendo fragile resistenza, il secondo sferrando colpi fugaci. Essi sono complementari e agiscono talvolta uniti e talvolta disgiunti.

Cadrebbe in errore chi scorgesse nello yin sola passività, in quanto nel suo dolce spostamento un filo d’erba non arresta il vento impetuoso influenzandone tuttavia la direzione. E un tronco assoggetta l’erba su cui cade, eppure quest’ultima ne attutisce il colpo.

La Via dello yin è curva e ritorta, e giunge spesso lenta alla meta. La Via dello yang è  retta e veloce, e non di rado si esaurisce prima dell’arrivo.

Opponendosi al flusso delle cose l’azione yang affievolisce la forza dell’agente, ma al tempo stesso è in grado di produrre grandi effetti, mentre lo yin lo asseconda, accrescendo la propria energia.

Nei casi in cui un’azione yang assecondi il flusso, la sua forza è accresciuta se il flusso è debole, è nulla se il flusso è forte: così è vano tentare di accrescere l’impeto del vento soffiando in direzione del suo spirare, eppure una lieve spinta a un tronco sul punto di spezzarsi può produrre una rottura fragorosa.

Lo yin rafforza il proprio centro mantenendolo malleabile. Lo yang espande la propria periferia, in un moto rigido. Essere malleabili nell’espansione, indietreggiare di fronte a una forza preponderante e incedere dove è richiesto poco sforzo è espandere il proprio centro senza avere periferia: la via per la stabilità, il segreto della forza.

Published in: on luglio 28, 2011 at 3:26 pm  Lascia un commento  
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Il Dao e l’italiano

Ad alcuni potrà apparire scontata, per altri potrebbe risultare sorprendente e qualche maligno benpensante potrebbe tacciarla pure di maschilismo, ma ecco la realizzazione che mi ha colpito stamattina mentre camminavo per il centro della mia città, facendomi quasi sbattere contro i passanti…

Nella lingua italiana i sostantivi collegati ai principali elementi naturali sembrano disposti secondo uno schema che ricalca la divisione taoista del mondo nei principi chiave di yin e yang. Per chi non fosse avvezzo a questi argomenti fornirò alcune brevi definizioni preliminari per poi esporvi più compiutamente la mia intuizione. Per la filosofia taoista lo yin e lo yang sono i due principi costituenti la struttura e l’essenza dei fenomeni che hanno luogo nel mondo (non solo quello fisico ma anche quelli emozionale e spirituale). Il principio yin (letteralmente traducibile, seppur con qualche riserva, con “l’oscuro”) rappresenta il passivo, la profondità, l’oscurità, la debolezza, il non-agire, il molle, l’ombra, il femminile. Il principio yang (letteralmente “vessilli che sventolano al sole”) rappresenta all’opposto l’attività, le alte vette, la luce, la forza, l’agire, il duro, il maschile e in generale tutto ciò che implica uno sforzo di qualche genere. I due principi non sono opposti bensì complementari, e pressoché ogni fenomeno può mutare da yin a yang e viceversa, a seconda della situazione o della fase in cui si trova. Così ad esempio una montagna (yang) esposta alle interperie nei secoli può divenire valle (yin), una mano che accarezza (yin) può divenire un pugno che colpisce (yang), l’acqua che giace in un lago (yin) la forza impetuosa di una cascata (yang), e così via. Va sottolineato che per il taoismo lo yin non è subordinato allo yang, al contrario esso è non di rado considerato un modello migliore a cui conformarsi: lo sforzo prelude infatti all’esaurimento, è per natura effimero, mentre la quiete può autoperpetuare il suo stato. Di solito, comunque, ed è palese, a una fase di quiete segue una fase di sforzo alla quale segue a sua volta una fase di quiete, in quel continuo alternarsi necessario al funzionamento delle cose. Spesso il debole vince il forte, e un gocciolio costante e prolungato nel tempo può erodere perfino la roccia più solida. Un altro aspetto alquanto interessante del taoismo è l’associazione del principio yin con il plurale, e dello yang col singolare. Non si tratta di una semplice questione di simbolismo, vi è una ragione ben più tangibile alla base di tale associazione. Provate a pensare a un tavolo dotato di tre gambe (dispari, yang): esso non può reggere il proprio peso e cadendo dà origine a un movimento (sempre yang); con quattro gambe raggiunge al contrario la quiete, l’assenza di movimento (il tavolo non cade). E’ un esempio banale ma riassume efficacemente la ragione per la quale yin e yang vengono identificati con plurale e singolare (un’altra ragione è di tipo geometrico: il triangolo è appuntito e instabile, ferisce, il quadrato è stabile e spuntato, non ferisce).

Le due entità che meglio esprimono la dualità non dicotomica di yin e yang sono comunque Terra e Cielo. Il cielo è yang (principio maschile) in quanto attraverso i fenomeni che innesca fornisce nutrimento alla terra (yin, principio femminile). Senza l’interazione con la terra, tuttavia, il cielo non potrebbe ricevere da essa l’acqua attraverso l’evaporazione, e non sarebbe così in grado di creare la pioggia necessaria a continuare il ciclo.

Veniamo ora alla riflessione a cui ho accennato all’inizio. Si tratta della constatazione che in italiano (come credo nella maggior parte delle lingue europee) i principali elementi naturali che per la filosofia taoista sono yang vengono espressi da sostantivi maschili, mentre gli elementi naturali yin sono espressi da sostantivi femminili. Terra, notte e luna sono femminili; cielo, giorno e sole sono maschili. Vi sono naturalmente numerose eccezioni, ma ritengo la questione del genere più che rilevante, e nient’affatto frutto di coincidenze. Poiché il linguaggio è riflesso e specchio dell’evoluzione delle culture e delle concezioni più intime dell’uomo, ritengo per lo meno degna di nota l’identificazione (ma forse sarebbe meglio dire la proiezione) del maschile e del femminile con quegli oggetti del mondo naturale che posseggono caratteristiche dell’uno o dell’altra. Che ciò costituisca una conferma della validità del punto di vista taoista sul mondo, che forse inconsciamente tutti quanti condividiamo, è poi una chiave di lettura affascinante che mi sento di sottoscrivere.

 

Published in: on febbraio 11, 2011 at 2:28 pm  Comments (3)  
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