I pensieri che profumano di gelsomino

La sveglia alle sette del mattino e tutti si alzano. Al lavoro perché è il nostro dovere: ci hanno anche fondato una repubblica, sul lavoro. Alcuni non erano d’accordo, a dire il vero, volevano fondarla su Dio. Si è raggiunto un compromesso nella constatazione che anche Dio, infondo, lavora. Dunque, è chiaro: si lavora per portare a casa il pane… metaforicamente, perché il tardo pomeriggio è più facile trovare surgelati e… e involucri di plastica contenenti finto-pane, che si conserva meglio. Allora è così: si lavora per portare a casa surgelati e finto-pane. E la cena è servita. A cosa? No, ma è un modo di dire! Ah, sì, ora ricordo… comunque vedi, è servita in un certo senso, sì, per sopravvivere! Giusto. Ma poi ci sono scopi più alti nella vita,  tipo la felicità. La felicità è lo scopo, tutti gli altri meri mezzi o mezzi mascherati da fini, no? D’accordo? D’accordo. Allora, vediamo. Il problema è che chi non lavora non mangia e muore, alcuni dicono di noia ma io non ci credo, anzi dipende dall’atteggiamento; comunque anche chi mangia cibarie non di qualità è infelice. Però ci sono milionari infelici che mangiano il pane negli involucri di plastica e i surgelati, perché lavorano tanto per continuare a essere milionari e non hanno tempo per i ristoranti. Potrebbero anche smettere di farlo, ma poi non potrebbero comprare gli involucri di plastica più grandi, quelli con dentro i televisori e gli accessori per il giardinaggio che non utilizzano per mancanza di tempo. Se incontrassi un extraterrestre gli domanderei certamente: “cosa ne pensi della nostra società, la trovi stupida?”. Lui, se fosse un extraterrestre intelligente ai miei occhi, risponderebbe: “trovo quelli che voi chiamate stupidi acuti e quelli che voi chiamate acuti stupidi. Perché in una società marcia solo i veri disadattati hanno idee che profumano di gelsomino”. Quindi nella mia mente gli extraterrestri possono odorare i pensieri, e alcuni dei nostri, quelli più puliti, profumano di gelsomino. Probabilmente la realtà è che il gelsomino potrebbe ricoprire le nostre strade e profumare le nostre città, che a quel punto non sarebbero più città ma campi fioriti, e avremmo forse una repubblica fondata sul profumo, e le persone annuserebbero l’aria per mandare avanti la baracca, mangiando la rugiada e osservando le nuvole cambiare. Oggi, detto per inciso, non le osserva più nessuno, le simpatiche protuberanze bianche. Sappiamo che esistono ancora solo perché ogni tanto un cineasta le filma, e wikipedia ne parla alla voce “nuvole”. Un extraterrestre venuto per allora sulla Terra, sporgendo le antenne dall’oblò della sua astronave profumata, penserebbe probabilmente: “figata”.

Published in: on giugno 22, 2013 at 9:36 am  Lascia un commento  
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Una risata, forse

Il mondo ha bisogno di immaginazione. L’avete notato anche voi? Si parla della necessità di essere tutti istruiti, perché l’istruzione garantisce il lavoro, fortifica la democrazia, aiuta il progresso. E dell’immaginazione nessuno parla. Nemmeno un fottuto titoletto nell’ultimo dei quotidiani. Quando si parla d’arte, poi, naturalmente si sta parlando di cultura! Ah-ah! ma davvero? Arte e cultura? Non ci siamo proprio, solo a me sembrano opposti come terra e cielo? L’arte diventa cultura solo quando è morta! Possibile che nessuno se ne renda conto? L’arte viva è… cultura? No, è immaginazione! E ci vuole immaginazione, almeno un pizzico, per comprenderla. Invece la gente pende dalle labbra dei becchini dell’arte, i critici dall’occhio vitreo, formati nelle università, gli analisti dei corpi senza vita dell’arte del passato. Va bene, ma non è questo il punto. Il problema non è l’arte, ma l’immaginazione della gente comune. Si sta perdendo fra gli scaffali dei supermercati, e fra i banchi delle scuole, drenata dai filtri dell’omologazione istituzionale. Ribellione cazzo. E’ necessaria. Ma non quella dell’associazionismo giovanile vincolato a vecchie ideologie,  schiavo del passato e incanalato in strade già percorse. Rompere gli schemi, insieme e in gruppo, è quello che ci vuole, ma senza crearne di nuovi. Per incrinare questa gabbia dorata, che chiude le menti e i cuori fra i luccichii della sua banale sicurezza. Un grande gruppo lo abbiamo già perduto: sono quelli che non si sono mai posti domande, i bravi studenti e i bambini obbedienti, gli ubriachi-ma-non-troppo del sabato sera, i benpensanti del “non ci si può far niente” insieme a quelli del “tutto va bene così com’è”. E alla fine per spezzare il circolo del quotidiano e imparare a pensare liberamente occorre immaginare. Avere il coraggio di essere senza senso. Di apparire stupidi o banali. Di finire una riflessione prima del tempo, senza riflettere, magari con una frase che non c’entra nulla, che avremmo paura di dire per non sfidare la sintassi. Una risata, forse.

Published in: on giugno 20, 2013 at 3:04 pm  Lascia un commento  
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