Sogno un Che Guevara di 7 anni

Rinchiudono i bambini per anni in un edificio. Ogni fottuta mattina. Orari fissi. Materie fisse. Un croci-fisso. La trasmissione coatta di un sapere standardizzato e stantio la chiamano “diritto all’istruzione”. Ironico ma triste. Si parla di rivoluzione liberale, ma in altri palazzi, dove la gente è troppo adulta per ricordare. La scuola ha grossi problemi, dicono, bisogna aiutare i secondini precari. Io continuo a fissare basito l’onda anomala di studenti che troppo ordinatamente protestano per la revisione della carta da parati. Anche loro hanno dimenticato, o forse sognano una prigione coi muri colorati. Io sogno un Che Guevara di 7 anni.

I limiti dell’apprendimento imposto

Scriveva Lev Tolstoj nella seconda metà dell’800: “L’educazione è l’intervento di un individuo su un altro al fine di obbligarlo a fare proprie determinate abitudini morali […]. L’educazione è l’aspirazione al dispotismo morale elevata a principio” (Tolstoj 1975, pp. 77-79).

Questa definizione, adesso come allora, si adatta perfettamente al modo in cui in occidente – e oramai non solo – è concepita l’educazione scolastica di bambini e ragazzi. Un’educazione basata sull’insegnamento massificato piuttosto che sull’apprendimento individuale, all’interno di istituzioni standardizzate sia dal punto di vista spaziale (le aule tutte uguali) sia dal punto di vista temporale (gli orari fissi, i quadrimestri, gli anni scolastici). Attraverso queste istituzioni ognuno è costretto a passare, “imparando” le stesse cose nello stesso momento, secondo criteri esclusivamente anagrafici. Con il nobile proposito, apparentemente egualitario, di fornire a tutti le medesime opportunità d’istruzione, si costringe gli interessi dei più giovani verso binari prefissati, privandoli della possibilità di soddisfare la propria curiosità a 360 gradi e di operare qualsiasi scelta significativa circa le regole e i tempi del proprio apprendimento. L’esito del processo produttivo della scuola-fabbrica è un adulto normalizzato, privato della propria fantasia da anni di asservimento, ligio al dovere e con scarso senso critico: il prototipo del perfetto cittadino consumista, lo studente di successo alle superiori, quello che tutti definiscono una persona brillante. L’altro studente, quello curioso e sperimentatore, interessato a campi del sapere non contemplati dagli standard educativi, è lo studente fallito, indisponente, poco adatto allo studio: riuscirà a sviluppare le proprie doti, se sarà abbastanza forte d’animo, non grazie alla scuola bensì nonostante essa, una volta raggiunta l’età adulta.

I metodi di una scuola basata sulla normalizzazione delle persone  e sulla loro deresponsabilizzazione (tutto è deciso dagli adulti) finiscono così per snaturare la dinamica dell’apprendimento, trasformandolo in un processo di formazione. Il bambino è visto in questa prospettiva come un essere incompleto, da plasmare secondo gli standard morali della società, in un rapporto soggetto-oggetto fra educatori ed educati. La conoscenza, inculcata dall’esterno, deve necessariamente basarsi su un meccanismo di premi e punizioni, di valutazione e disciplina, perché il bambino non può sapere cos’è giusto per lui, cosa la società da lui si aspetta: senza una mano da parte nostra non potrà mai diventare una persona di successo, ottenere un buon lavoro, prestigio, denaro, mandare avanti le nostre tanto fondamentali tradizioni e far girare l’economia. Il disegno libero, la scrittura creativa, la messa in discussione delle conoscenze, il gioco… tutte cose non contemplate dai programmi scolastici ministeriali, giudicate superflue nel processo di formazione dell’adulto standard. E così le attività pratiche, come aggiustare un orologio o curare un orto.

La maggior parte delle attività scolastiche sono finalizzate alla vita futura del bambino, al suo stadio “maturo” [1], come se la condizione di bambino fosse una temporanea e necessaria preparazione alla vita vera, quella dell’adulto, e non la vita stessa. Tale concezione utilitaristica dell’istruzione, intesa come formazione demiurgica eterogena finalizzata al futuro, impedisce lo svilupparsi naturale dei più piccoli, mortifica le loro inclinazioni privandoli della libertà e giudicandoli; li rende schiavi della morale e delle scelte che genitori, insegnanti e sistema scolastico operano per loro, con la scusa di fare il loro bene; li introduce in un mondo ipercompetitivo dove l’apprendimento è strumentale alla gratificazione del voto e il diritto allo studio non è affatto un diritto, ma un dovere imposto. E in effetti “mai schiavo fu tanto di proprietà del padrone, come il bambino lo è dell’adulto. Mai ci fu servo la cui obbedienza fosse così indiscuibile e perpetua come quella del bambino all’adulto” (Montessori 2000, pp. 11-12). Queste parole possono apparire superate, riferite a un’altra epoca, quando la scuola era più severa e austera, e si ricorreva a punizioni anche fisiche verso gli studenti indisciplinati; ora è opinione diffusa che i bambini siano anche troppo liberi, i genitori troppo compiacenti e in generale il problema non stia nel sistema scolastico in sé, quanto nella mancanza di fondi, nella preparazione degli insegnanti o in altre questioni secondarie denunciate a intervalli regolari dalle manifestazioni studentesche. In realtà la scuola è mutata nella forma ma non nella sostanza: è scomparso il segno più tangibile dell’asservimento,  la violenza fisica come sistema di  punizione, ma quella psicologica, basata sulla valutazione, è rimasta intatta, così come intatto è rimasto il carattere antidemocratico e antiliberale dell’istituzione.

E del resto un adulto abituato fin da piccolo alla sottomissione della gerarchia, a non esercitare il proprio intuito e il proprio pensiero critico, finirà poi per  insegnare questi stessi valori ai suoi figli, perpetuando il sistema.

Non resta allora che riporre le speranze nei perdenti per scelta, in quelli che la scuola-fabbrica l’hanno rifiutata e per questo sono stati da essa espulsi, alla stregua di scarti di produzione. E’ tempo che si apra una breccia nel meccanismo idiota della conoscenza imposta, che si inizi a fare studiare ai bambini ciò che desiderano studiare, lasciando da parte le logiche del profitto. Perché “i fanciulli educati liberamente non faranno soldi, ma faranno la storia” (Kohn 2010). E non si tratta di utopia bensì di realtà quotidiana nelle centinaia di scuole democratiche e libertarie [2], attive in più di 200 paesi, che ospitano attualmente circa 40.000 fra bambini e ragazzi (Cordello e Stella 2011). Scuole dove si può scegliere di non frequentare le lezioni e di non studiare, ma dove alla fine, non essendo obbligati a farlo, si finisce per riscoprire l’interesse verso il mondo e quel desiderio di conoscenza che la scuola tradizionale tenta in tutti i modi di soffocare, in nome di ideali ipocriti di cultura e uguaglianza.

note:

1. Emblematico a questo proposito il fatto che il termine del processo d’istruzione istituzionale coincida con un esame denominato “maturità”.

2. Vi rimando a quest’altro mio articolo per un ulteriore approfondimento sulla realtà delle scuole democratiche e libertarie.

Liberi di imparare: un excursus sulla realtà delle scuole democratiche

“Most learning is not the result of instruction. It is rather the result of unhampered participation in a meaningful setting. Most people learn best by being “with it,” yet school makes them identify their personal, cognitive growth with elaborate planning and manipulation.” -Ivan Illich

Ogni anno si sente parlare di riforma della scuola. E quasi ogni volta assistiamo a proteste contro il ministro dell’istruzione di turno: proteste per i tagli ai finanziamenti, per la qualità degli stabili e per molte altre questioni di questo genere. Saltuariamente vengono proposte alternative, che nella maggior parte dei casi prendono a riferimento istituzioni del passato o strutture scolastiche di altri paesi. In generale nel settore istruzione si percepisce una pesante aria di staticità, e la necessità di riforme più profonde e strutturali si fa impellente.

Questo articolo vuole descrivere una proposta concreta per una scuola del futuro. Per come la vedo io, di un futuro migliore.

Immaginate una scuola fatta di spazi aperti al dialogo, in cui bambini e ragazzi possano esprimere le proprie potenzialità in un ambiente stimolante e democratico, che non li irregimenti in strutture gerarchizzate e chiuse al confronto delle idee. Scuole dove le decisioni vengano prese orizzontalmente, con metodo assembleare, e dove ognuno possa esprimere la propria visione delle cose e rendersi responsabile delle proprie azioni. Una scuola senza punizioni e valutazioni che distolgano l’attenzione dall’apprendimento e smorzino l’entusiasmo, alimentando competizioni e rivalità sterili e improduttive.

Ho parlato di scuole del futuro, vi ho chiesto di immaginare. Ora aprite gli occhi e guardatevi attorno: la scuola che vi ho descritto è già una realtà in molte parti del mondo, Italia compresa. Si tratta delle cosiddette scuole democratiche, meglio conosciute nel nostro paese come scuole libertarie: laboratori di apprendimento che non si basano su un modello di insegnamento codificato, ma dove tutto viene concordato nel rispetto dei principi della democrazia e dell’antiautoritarismo.

Un quadro generale

Entrando maggiormente nello specifico, nelle scuole democratiche le decisioni sui vari aspetti della vita scolastica, dal come affrontare una materia di studio allo stabilimento degli orari di lezioni e pause, sono demandate alla scelta collettiva di alunni e insegnanti, che prendono le proprie decisioni con metodo assembleare ricercando il più largo consenso possibile. Contribuendo all’elaborazione delle regole che saranno poi tenuti a rispettare, i bambini riescono a seguirle con maggiore facilità rispetto alle norme calate dall’alto dalle istituzioni tradizionali, che appaiono loro spesso incomprensibili. Di più, si assumono la responsabilità del loro rispetto e questo li fa sentire più indipendenti e liberi, stimolando la loro voglia di imparare e di prendere iniziative personali.

Solitamente non vi è obbligo di frequenza, e quando una lezione non risulta di loro gradimento, gli studenti possono abbandonare la classe per dedicarsi ad altre attività, o frequentare altre lezioni, il tutto naturalmente nel rispetto degli altri studenti e dell’insegnante.
Tutte le attività vengono svolte dunque come proposte e mai come obbligo, e nel contempo bambini e ragazzi prendono attivamente parte all’organizzazione della scuola, discutendo e votandone le regole su un piano paritario.
In tal modo si sviluppa anche una relazione più stretta con gli insegnanti, l’empatia è maggiore e l’atmosfera che si respira in classe non può che beneficiarne.

La valutazione avviene con metodi alternativi al voto, in quanto questi ultimi tendono a invalidare gli sforzi degli studenti più di quanto non li incoraggino a migliorarsi. Rischiano inoltre di sostituirsi come fine all’apprendimento, che dovrebbe essere lo scopo ultimo di ogni scuola. In questa logica, la valutazione stessa si configura e si esplica più come aiuto che come punizione, e come tale viene percepita dagli studenti. Nel caso in cui uno studente non riesca a comprendere un argomento o un concetto, viene seguito e affiancato al fine di superare l’ostacolo, attraverso il dialogo.

Come abbiamo visto, la libertà di scelta degli alunni è uno dei cardini dell’educazione democratica, perciò ogni giorno si chiede loro di scegliere cosa e con chi vogliono imparare. Grazie a questa disponibilità costante di alternative, essi sperimentano come gestire il loro tempo e come compiere scelte per se stessi. Fra le altre cose, anche l’assenza di voti o la frequenza non obbligatoria possono essere messe in discussione mediante voto assembleare, sempre in base ai desideri ed alle necessità degli studenti e degli insegnanti. Naturalmente, fatta una scelta piuttosto che un’altra, tutti saranno poi tenuti a rispettarla, ad esempio seguendo il programma di matematica fino al suo completamento. Nel caso di dissidi interni fra studenti o con gli insegnanti, ovvero di atteggiamenti irrispettosi delle regole, si privilegia il dialogo e la risoluzione pacifica, senza ricorrere a punizioni.

L’idea alla base di tutto è che non esiste un programma da seguire, ma un percorso da scoprire. Ognuno è libero di trovare la propria strada e non c’è una formazione di base in senso classico a cui fare riferimento. Proprio per questo, nelle scuole democratiche si richiede agli studenti un alto grado di responsabilità, verso se stessi e verso le istituzioni create insieme, laddove in quelle tradizionali la responsabilità tende ad essere relegata a fattori più circostanziati e misurabili (come l’aver svolto bene i compiti a casa).

Partecipazione, libertà e responsabilità sono le tre parole chiave che contraddistinguono l’approccio delle scuole democratiche all’apprendimento.

Perché iscrivere mio figlio ad una scuola democratica

Perché sviluppa la creatività

I bambini possono esprimere la propria creatività in modo libero e approfondire gli argomenti verso i quali sono maggiormente inclini. Quelli dotati di maggior talento artistico hanno poi la possibilità di crescere senza venire giudicati e censurati in un periodo essenziale per il loro sviluppo psichico com’è l’età prepuberale e puberale.

Perché responsabilizza

Non essendo costretti all’interno di riti e istituzioni che decidono per loro, i bambini possono rendersi più autonomi e prendere coscienza delle proprie possibilità, incrementando la fiducia in loro stessi. Nelle scuole tradizionali, essi vengono al contrario presi per mano e guidati forzatamente attraverso percorsi prestabiliti e omologanti. Se accettano tali percorsi senza porsi domande, faticano poi a sviluppare una coscienza critica. Se non li accettano, sono costretti tuttavia a sopportarli per anni, rischiando di finire marginalizzati ed esclusi. Con un tale sistema vengono puniti gli spiriti liberi attraverso la reclusione delle loro menti in percorsi ministeriali indifferenziati, e in generale i bambini vengono convinti di non essere sufficientemente maturi per prendere le proprie decisioni autonomamente. Le scuole democratiche sono la prova che, a smentita di ciò, essi sono in grado di prendersi delle responsabilità e di scegliere consapevolmente e in modo indipendente un proprio percorso di apprendimento.

Perché è efficace

Grazie alla rinnovata libertà di scelta, al processo di responsabilizzazione ed alla creatività che sono resi liberi di esprimere, i bambini imparano nelle scuole democratiche altrettanto bene che nelle scuole tradizionali. Al contrario che in queste ultime, però, lo fanno divertendosi. Oltre ad acquisire fiducia in se stessi e  una maggiore autonomia, si dedicano con superiore impegno e interesse ad attività che loro stessi hanno contribuito a scegliere, in un clima più rilassato e amichevole. In tal modo gran parte dello stress scolastico svanisce, i compiti vengono svolti con meno proteste e in generale i bambini crescono più felici.

Perché è flessibile

Viviamo in un mondo dove la trasmissione del sapere avviene in modo sempre più orizzontale, ove attraverso internet e i nuovi media nuova conoscenza viene creata e resa disponibile a una velocità diverse volte superiore anche solo rispetto a venti o trent’anni fa. Società dell’informazione e globalizzazione sono due concetti chiave che descrivono un mondo, il nostro, che si rinnova sempre più velocemente, e che richiede a tutti una maggiore flessibilità per trarre vantaggio dalle nuove possibilità offerte, in un vortice sempre più veloce di opportunità e novità. E’ necessaria allora una scuola che risponda a tale esigenza, flessibilizzando o eliminando del tutto i programmi ministeriali: agglomerati di un sapere stantio, immobile e immobilizzante. Le scuole democratiche soddisfano in parte questa necessità, svincolandosi per quanto possibile dai gangli delle norme del diritto interno, delle direttive ministeriali, evitando percorsi lineari e favorendo l’introduzione di una molteplicità di materie, sia teoriche che pratiche [1].

Kiskanu. Una scuola elementare e media democratica in provincia di Verona

A conclusione di questo veloce excursus sulle scuole democratiche, vi lascio a un documentario girato nel 2010 in una di queste. Potrete così farvene un’idea più concreta, tenendo presente che ogni scuola democratica è un caso a sé, e potrebbe differire in diversi aspetti dalle altre, in quanto plasmata dal basso, da tutti e per tutti.

Buona visione!

Note:

1) In Italia le scuole democratiche, non potendo accedere allo status di scuole paritarie, si inscrivono a livello di diritto interno nella definizione di “istruzione parentale“. Nascono ufficialmente e di fatto come consorzi di genitori che decidono di demandare l’istruzione dei propri figli a dei tutori. Vedi anche la circolare ministeriale n. 4 del 15 Gennaio 2010 riguardante l’istruzione parentale, di cui potete trovare qui un estratto: Circ._n.4_MIUR2010_estratto.

Published in: on settembre 25, 2011 at 11:00 am  Comments (4)  
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