La morale del trucco

La morale del trucco è questa: cammuffare la realtà. Sempre più persone seguono la morale del trucco. Le donne all’inizio, con cosmesi superficiali. Poi molti altri, e il trucco è andato più in profondità, nell’animo, e si è diffuso all’esterno, alle altre persone, ma anche agli oggetti, alle idee, alle cassapanche e perfino a quei fastidiosi volatili grigi che infestano le città. La morale del trucco è ovunque, solo che essendo il suo scopo quello di nascondere l’ovvio, finisce ovviamente per rendere ovvio qualcos’altro. Così l’ovvio diventa: le cazzate dei media, i manuali scolastici, il buonumore delle pillole, il progresso delle macchine e poi tante altre cose ancora, tutte imbottite di cosmesi. Gli intellettuali della nuova morale scherniscono l’ovvio in quanto niente può esserlo, e tutto dev’essere naturalmente molto più complicato ed elucubrato per essere vero. Elucubrazione è il nome altisonante di una nuova cosmesi prescritta da insigni professori e prestigiose accademie universitarie. L’esito dell’elucubrazione è questo: ulteriore elucubrazione. E così l’ovvio si perde, è nascosto, è irraggiungibile? Forse. Io non lo so. Se qualcuno l’ha visto o lo sta cercando come me, mi contatti. Qui, anche. L’ovvio è scomparso ai miei occhi. La cosmesi è fin troppo evidente.

Sogno un Che Guevara di 7 anni

Rinchiudono i bambini per anni in un edificio. Ogni fottuta mattina. Orari fissi. Materie fisse. Un croci-fisso. La trasmissione coatta di un sapere standardizzato e stantio la chiamano “diritto all’istruzione”. Ironico ma triste. Si parla di rivoluzione liberale, ma in altri palazzi, dove la gente è troppo adulta per ricordare. La scuola ha grossi problemi, dicono, bisogna aiutare i secondini precari. Io continuo a fissare basito l’onda anomala di studenti che troppo ordinatamente protestano per la revisione della carta da parati. Anche loro hanno dimenticato, o forse sognano una prigione coi muri colorati. Io sogno un Che Guevara di 7 anni.

Una risata, forse

Il mondo ha bisogno di immaginazione. L’avete notato anche voi? Si parla della necessità di essere tutti istruiti, perché l’istruzione garantisce il lavoro, fortifica la democrazia, aiuta il progresso. E dell’immaginazione nessuno parla. Nemmeno un fottuto titoletto nell’ultimo dei quotidiani. Quando si parla d’arte, poi, naturalmente si sta parlando di cultura! Ah-ah! ma davvero? Arte e cultura? Non ci siamo proprio, solo a me sembrano opposti come terra e cielo? L’arte diventa cultura solo quando è morta! Possibile che nessuno se ne renda conto? L’arte viva è… cultura? No, è immaginazione! E ci vuole immaginazione, almeno un pizzico, per comprenderla. Invece la gente pende dalle labbra dei becchini dell’arte, i critici dall’occhio vitreo, formati nelle università, gli analisti dei corpi senza vita dell’arte del passato. Va bene, ma non è questo il punto. Il problema non è l’arte, ma l’immaginazione della gente comune. Si sta perdendo fra gli scaffali dei supermercati, e fra i banchi delle scuole, drenata dai filtri dell’omologazione istituzionale. Ribellione cazzo. E’ necessaria. Ma non quella dell’associazionismo giovanile vincolato a vecchie ideologie,  schiavo del passato e incanalato in strade già percorse. Rompere gli schemi, insieme e in gruppo, è quello che ci vuole, ma senza crearne di nuovi. Per incrinare questa gabbia dorata, che chiude le menti e i cuori fra i luccichii della sua banale sicurezza. Un grande gruppo lo abbiamo già perduto: sono quelli che non si sono mai posti domande, i bravi studenti e i bambini obbedienti, gli ubriachi-ma-non-troppo del sabato sera, i benpensanti del “non ci si può far niente” insieme a quelli del “tutto va bene così com’è”. E alla fine per spezzare il circolo del quotidiano e imparare a pensare liberamente occorre immaginare. Avere il coraggio di essere senza senso. Di apparire stupidi o banali. Di finire una riflessione prima del tempo, senza riflettere, magari con una frase che non c’entra nulla, che avremmo paura di dire per non sfidare la sintassi. Una risata, forse.

Published in: on giugno 20, 2013 at 3:04 pm  Lascia un commento  
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Oltre lo specchio

In molti perseguono la propria realizzazione personale

inseguendo sogni sognati da altri

e in tal modo divengono specchi delle speranze del loro prossimo

riflessi spesso inconsapevoli di altri riflessi

-facendo convergere il lato riflettente di due specchi

si crea da ambo i lati

un tunnel infinito e prevedibile-.

Infrangere lo specchio

e fuoriuscire dalla trappola dell’identificazione

richiede forse un atto di rinuncia:

l’abiura del culturale che è in noi

affinché la spontaneità sopita,

liberata dalle catene dell’emulazione,

possa prosperare e crescere.

Il fatto stesso che al leggere queste righe

la parola impossibile affiori prepotente

nella mente di qualcuno

è indice che un tale atto sia ancora da compiere.

Sebbene una convinzione diffusa

voglia le matrici di ogni creazione umana

suddivisibili in culturali e innate,

od una commistione fra esse,

a chi osservasse il reale senza filtri,

rinunciando ad ogni speculazione,

apparirebbe evidente quanto segue:

che per l’uomo sia possibile ergersi a soggetto indipendente e attivo

entro limiti che per la maggior parte egli stesso pone

consciamente o inconsciamente

al proprio agire.

Infrangere gran parte di questi limiti è possibile.

Non facile.

Di certo non lo è per quanti,

a tal punto ossessionati dalle citazioni,

han fatto del citazionismo una professione

-e son di tal fatta

molti critici letterari,

i quali,

per giustificare l’insensatezza della propria mansione,

si danno un gran daffare a ravvisare riferimenti inesistenti

in ogni opera umana:

le mie parole giungeranno loro vuote,

figlie forse di un idealismo che non esiterebbero

a collegare a qualche filosofia del passato.

E’ assiomatico del resto

che uno specchio possa solo riflettere,

mai osservare,

e riflettendo e riflettendo non coglierà che ciò che gli è dinnanzi.

Nell’attesa che qualcuno un giorno,

traslocatore di un’umanità morente,

lo trasporti fuori della stanza ove da chissà quanti millenni giace,

e solo allora,

forse,

nello stupore abbagliante di un sole prima ignoto,

si riconosca incapace di scorgere riferimenti e precedenti.


Published in: on febbraio 14, 2011 at 6:04 pm  Lascia un commento  
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