Cincìn!

Quando avrà analizzato ogni singolo granello d’umanità nell’Uomo, cosa sarà rimasto dell’Uomo?
Quando avrà posto ogni quadro dietro una teca di vetro cosa sarà rimasto dell’arte?
Definendo, classificando, analizzando l’umanità si uccide l’umanità.
Definendo, classificando, analizzando l’arte si uccide l’arte.
Quando ti avvicini, le imperfezioni appaiono chiare, ma la visione sbiadisce: un quadro impressionista a un palmo dal naso.
Quando socchiudi gli occhi e spegni la luce, le immagini fluiscono e i sogni si trasformano in meraviglia: un insight d’ispirazione mentale e sensoriale.
Armato di lente d’ingrandimento e vocabolari appone etichette: e così definisce la visione e ne distrugge la bellezza. Spargendo macerie storiografiche e trattati la seppellisce di didascalie.
Perché chi apprezza veramente non comprende quasi nulla. E chi comprende completamente non apprezza davvero.
Una pozza d’acqua mossa dal vento sotto un cielo senza stelle: non disturbare la quiete! non intralciare il movimento!
Ma sono milioni, e accendono la luce e imbottigliano l’acqua, ci appiccicano sopra una marca colorata e sostengono che nuvole e brezza abbian creato la bottiglia. Sic transit gloria mundi. Cincìn.

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Published in: on novembre 19, 2014 at 2:19 pm  Comments (1)  
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L’oggettività non esperienziale è una fallacia logica

Ciò che lo scienziato studia non è mai l’oggetto in sé, bensì la rilevazione mediata dai sensi dell’oggetto o, molto spesso, una sua rilevazione indiretta di secondo livello, ottenuta attraverso una qualche strumentazione che egli utilizza – necessariamente – attraverso i sensi. Ciò pone un doppio filtro fra l’oggetto-studiato e lo scienziato-studiante. Vi è poi un terzo filtro, costituito dalla teoria o dalle teorie che egli utilizza per interpretare i dati filtrati che ha rilevato. Non solo i dati filtrati che egli analizzerà circa il suo oggetto, ma la delimitazione dell’oggetto stesso è frutto di teoria: in un universo in cui quasi tutto è parte di qualcos’altro ed è a sua volta suddividibile in componenti più piccole, la selezione dell’oggetto rappresenta essa stessa una questione di interpretazione. Non si tratta di stabilire un’unità di misura, quanto di delimitare il proprio campo d’indagine. Se si studia un corpo a livello cellurare si sta, implicitamente o esplicitamente, dando per scontate numerose teorie riguardanti la fisica degli atomi, in modo non dissimile da quanto fanno i sociologi o gli psicologi sociali riguardo alle teorie dell’azione individuale quando studiano un gruppo o un’organizzazione. Inoltre, l’affermazione che l’utilizzo di un approccio induttivo possa essere scevro dalla teoria è esso stesso frutto di teoria (oltre che della storia della disciplina, della storia personale di chi fa tale affermazione e del suo attuale frame mentale di riferimento), ed influenza anche pesantemente il tipo di interpretazione che egli farà dei dati.
Vi è, infine, un filtro linguistico-lessicale, che riguarda la comunicabilità delle interpretazioni risultanti dalla rilevazione (in altre parole, il passaggio da interpretazione a esposizione dell’interpretazione) attraverso le strutture linguistiche che lo scienziato padroneggia e che i suoi interlocutori (ad esempio i colleghi o la comunità scientifica) possono comprendere. Qualora poi l’oggetto studiato possegga una propria agency, ossia qualora esso stesso sia in una qualche misura soggetto (è il caso di molte delle cose studiate dalla biologia), vi è una ulteriore alterazione, dovuta alla potenziale influenza dell’osservazione sulle caratteristiche del soggetto-oggetto osservato.
La scienza non ha mai osservato la realtà bensì, al pari di ogni altra disciplina analitica, l’ha sempre interpretata. Ciò attiene alla differenza fra osservazione e visione. La nostra natura di soggetti e la nostra biologia ci impedisce di “vedere” fuori da ciò che “sentiamo” coi sensi. Parlare di induttivismo eludendo questa realtà è fuorviante. L’unica cosa che siamo in grado di vedere senza l’utilizzo dei sensi è di fatto ciò che ci sta dentro (emozioni e pensieri) e ciò che sta “di mezzo” fra interno ed esterno (le sensazioni per come le percepiamo, prima di interpretarle). In questo senso le sensazioni, le emozioni e i pensieri sono molto più oggettive delle rilevazioni “induttive” della scienza, perché meno filtrate. Il fatto che esse siano al tempo stesso “soggettive” non sminuisce la loro intrinseca oggettività, in quanto soggettiva è solo l’interpretazione di ciò che è esterno al soggetto (dire “il mondo è felice”), non ciò che è interno (dire “io sono felice”). La scienza non potrà mai raggiungere un livello di oggettività sul mondo esterno (dire con certezza “lui è affamato”) pari a quella che un essere umano può potenzialmente avere sul proprio mondo interno (dire con certezza “io ho fame”). Per questo una psicologia oggettiva non dovrebbe imitare i metodi della scienza ma dovrebbe invece adottare un approccio esperienziale: non analizzare l’altro ma guidarlo in un viaggio interiore.
Ma sto divagando. E del resto questo non è un saggio, ma solo una breve riflessione estemporanea.
Per concludere, la presunzione di gran parte della comunità scientifica (mi riferisco alle scienze per così dire naturali) circa la possibilità di un’aderenza oggettiva dell’interpretazione all’oggetto a cui si riferisce, sostenuta filosoficamente rifacendosi all’elevato grado di formalizzazione delle procedure proprio della disciplina, è una fallacia logica. L’equiparazione della formalizzazione del processo interpretativo scientifico con l’idea di una sua oggettività intrinseca, innestato nel frame mentale della larga maggioranza degli scienziati dall’educazione accademica e dalla visione interna al campo organizzativo “comunità scientifica”, ha fatto dimenticare loro che quel livello fra conclusioni e osservazione sensuale nondimeno esiste, ha un peso enorme ed ha portato, proprio perché sottostimato, a errori “osservazionali” anche clamorosi.

E visto che questo non è un saggio, concludo con una citazione, di quelle che di solito le persone serie mettono all’inizio dei loro scritti:

“Insofar as he makes use of his healthy senses, man himself is the best and most exact scientific instrument possible. The greatest misfortune of modern physics is that its experiments have been set apart from man, as it were, physics refuses to recognize nature in anything not shown by artificial instruments, and even uses this as a measure of its accomplishments.” Johann Wolfgang von Goethe

A Barcellona

A Barcellona. Da un po’ di giorni, anche. Ci sono tornato per vedere, fare e decidere – qualcosa o niente – del futuro. Lui è incerto. Io di più. E poi, fra l’altro, sono ospite di un pollo. Risparmio mica indifferente, e non potevo rifiutare. C’è spazio anche per un coniglio, noto, o due, ma il mio non voleva saperne di venire e io non volevo saperne di insistere… e quindi, perché ne scrivo? Come al solito, nessuna ragione. E quella – schiettamente, schiettamente, schiettamente – è anche l’unica risposta che posso dare a tutte queste stupide domande:

– Cos’è, la vita?

– Qual’è, lo scopo ?

– Mi dici la verità?

– Vale la pena inseguire i sogni?

– Ma poi i sogni, sono tuoi o degli altri?

– Margherita e risparmio o tagliolini al tartufo che sono più buoni?

– Ma poi i soldi, sono tuoi o degli altri?

– Sono io stupido a non capire o è (inserisci-qui-odio-e-rancore) a dire cose senza senso?

– Perché l’amore è così terribilmente banale?

– Rosso o viola?

– L’indagine snatura la bellezza?

– E se invece tagliassi la testa al toro e mangiassi un’insalata?

E poi dai, fatemi sfogare, fatemi dire sciocchezze, che il coniglio è lontano. E anche voi, scrollatevi di dosso le certezze, che sono armature soffocanti, ve lo assicuro. Però con cautela, con massima cautela, perché la nudità vi può privare del senso, se non siete pronti. Ma magari lo siete! E allora cospargetevi il viso di maionese, e sorridete! E’ solo nella follia del non-so-nulla che le catene più grandi si spezzano, lo sapevate? La chiamano follia, ma è il sogno originale… ironico. E l’armatura diventa un lontano ricordo. Un brutto inconveniente, però: lo scandalo. Ma quello è necessario. O forse un sorriso di scherno. Sopportabile. La maggioranza ne ha bisogno, per trovare il suo coraggio (negli occhi degli altri), e non si può evitare. E magari, forse, può darsi che un giorno – io credo lontano –, o una notte, tutta l’umanità nuda, di nuovo o per la prima volta, a vedere con gli occhi quello che la mente le aveva tenuto nascosto. E, citando Fantozzi, non escludo si scopra alla fine che era tutto quanto una cagata pazzesca: la vita, le domande, il futuro, i sogni, il pranzo di oggi. Io, comunque, ho scelto, e non si torna indietro: un’insalata.

 

 

Oltre la parete

“Cos’é un’illusione?”

“Sul serio t’importa?”

“Credo di sì. Tu lo sai perché te lo chiedo, vero?”

“Vuoi sapere a che livello della realtà esisto, te lo sei sempre chiesto.”

“Esatto, e a quale livello esisto io. A quale livello esistono i barattoli di marmellata, magari, e il livello della politica italiana, che a volte quella sembra decisamente irreale…”

“Adesso la metti sull’ironia.”

“No, ma la domanda è terribilmente seria.”

“Va bene, ho capito. Ma dimmi, sei consapevole che le tue domande vengono sempre da dentro e mai da fuori? Dal pensiero e mai dagli occhi? Quelle, di certo, appartengono a un livello molto basso di realtà. Come al solito, ti aspetti da me una risposta che il tuo cervello possa masticare, un nuovo input che lo tenga occupato per un giorno o due.  Ma se io non esisto, non sarebbe quella risposta stessa un’illusione? O sarebbe un’illusione che svela se stessa? Potrebbe esistere una cosa simile?”

“Per l’ennesima volta le tue risposte diventano domande…”

“O sono le tue stesse domande che ti allontanano dalle risposte.”

“Non ne posso più del tuo linguaggio criptico!”

“E’ proprio questo il punto. Liberati.”

“Dovrei guardare il mondo per quello che è realmente e lasciare perdere le domande? E’ questo che intendi, lungorecchie?”

“Dove sei, ora?”

(uno schermo, una tastiera, un tavolo, persone, una biblioteca, luce, voglia di un panino, silenzio… un coniglio…? Silenzio, silenzio, silenzio, silenzio, silenzio…)

Niente domande, umano!

Gli avevo domandato più volte cosa fosse la normalità. Una cosa non comune da chiedersi a un coniglio che vive in un cappello, ne convengo, ma ormai ero abituato a quello strano compagno di discussioni, e la sua presenza non mi appariva più tanto assurda come un tempo.

Comunque, lui mi aveva sempre risposto, o per meglio dire quasi sempre – quando non era stato troppo impegnato a dormire o a sgranocchiare una carota – e la sua risposta era sempre stata differente. Una volta, ad esempio, mi aveva detto che la normalità è semplicemente “quello che le persone credono sia normale. Niente di più, niente di meno”; un’altra, aveva sostenuto che si trattasse in realtà della “mediocrità che la società ci impone come stile di vita dominante. Spezzare le catene di questa schiavitù simbolica è la sfida che distingue l’uomo comune dal genio!”. Questa in particolare me l’ero segnata, molto significativa davvero; o ancora: “è il mondo reale visto con le lenti della tradizione”; oppure: “è l’insieme delle più tremende menzogne, che la gente rende vere attraverso l’aggregazione di miriadi di opinioni false che vanno nella stessa direzione.”; ecc. ecc. ecc.

Infine, un pomeriggio di inizio dicembre, ovvero qualche giorno fa, mi diede questa ris… no, un momento, aspettate, fermiamoci un attimo qui. Rompiamo lo schermo e guardiamoci in faccia, io e te, lettore. A questo punto potresti pensare: a) che questa, come le precedenti, sia una storiella allegorica, e che i conigli parlanti non esistano affatto b) che io abbia un coniglio parlante immaginario come interlocutore, una sorta di psicosi filosofica c) che i conigli parlanti esistano realmente, e io sia uno di quei pochi privilegiati a cui rivolgono la parola.

Bene, ora ritorno da questa parte dello schermo, senza svelare la mia verità, per il momento. Sappi solo che ti tengo d’occhio. Continuiamo.

Dunque, certo, il contesto: un coniglio in un cappello, un uomo in un pigiama blu. Il cappello su un tavolino. L’uomo su un divano. La data l’ho accennata, così come la domanda. La risposta:

“… va bene, lascia che ti parli da coniglio a uomo, questa volta, sinceramente… le risposte che ti ho dato, vedi, si trattava di giochetti linguistici, futili concetti ingarbugliati. Mi devi scusare… volevo solo metterti alla prova. La verità è che…” me lo diceva sgranocchiando distrattamente una carota di medie dimensioni “… se te lo stai chiedendo, vedi, sei totalmente fuori strada. Totalmente fuori strada… non esiste una risposta alla tua domanda, perché è una domanda senza senso. Ogni risposta che richieda una domanda lo è, in effetti. Una risposta che richieda una domanda non può che essere un giochetto linguistico, oppure un concetto ingarbugliato, spesso entrambe le cose. Ciò che ti dico sempre te lo ripeto anche questa volta: la realtà è là fuori, davvero, ed è esperienza di ciò che accade, e non è una risposta a una domanda”.

Al mio sguardo stupito il coniglio rispose muovendo buffamente le orecchie verso destra, senza aggiungere altro. Allora mi sdraiai sul divano e chiusi gli occhi, provando a percepire ciò che mi stava attorno, liberandomi delle catene del pensiero. Poco dopo sentii il fruscio del suo pelo contro le pareti della tuba, seguito dal tonfo lieve di avanzi di carota buttati sul pavimento.

Published in: on dicembre 6, 2013 at 9:05 pm  Lascia un commento  
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Sogno un Che Guevara di 7 anni

Rinchiudono i bambini per anni in un edificio. Ogni fottuta mattina. Orari fissi. Materie fisse. Un croci-fisso. La trasmissione coatta di un sapere standardizzato e stantio la chiamano “diritto all’istruzione”. Ironico ma triste. Si parla di rivoluzione liberale, ma in altri palazzi, dove la gente è troppo adulta per ricordare. La scuola ha grossi problemi, dicono, bisogna aiutare i secondini precari. Io continuo a fissare basito l’onda anomala di studenti che troppo ordinatamente protestano per la revisione della carta da parati. Anche loro hanno dimenticato, o forse sognano una prigione coi muri colorati. Io sogno un Che Guevara di 7 anni.

Sulla fede

Pretendere di giungere alla verità mediante la fede è un po’ come cercare di cambiare il mondo abbandonati sul divano davanti alla tv accesa, con il telecomando in mano e gli occhi fissi sullo schermo. In effetti la fede è uno schermo: separa dagli eventi con la scusa di trascenderli, di farne un sunto unilaterale e perentorio. E dona felicità, la fede, nella forma della stabilità che conferisce a chi si getta fra le sue braccia. E questa stabilità si deve ammantare di verità, per rimanere tale. Invero è infatti la felicità, e non la verità, il fine ultimo dei credenti.

Published in: on maggio 16, 2013 at 4:11 pm  Comments (4)  
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Un panorama

Una volta mi sono fermato e ho guardato un panorama.

Se in quel momento mi fossi chiesto: “perché mi sono fermato?” e mi fossi risposto “per guardare il panorama”, avrei rovinato la visione concettualizzandola. Non si può analizzare una sensazione, in quanto l’atto di analizzarla la uccide.

Se la verità sta nelle sensazioni, la speculazione non potrà mai giungervi.

Published in: on aprile 23, 2013 at 4:51 pm  Comments (3)  
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Purificazione

In un’epoca di overload informativo

caratterizzata da un’intellighenzia schiava del tutto-sapere

l’ignoranza volontaria diviene una forma di saggezza.

Published in: on novembre 10, 2012 at 11:27 am  Lascia un commento  
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Verità

Tendiamo a cercare ciò che già crediamo sia vero. Tendiamo a solcare più e più volte il sentiero confortevole. Ma la verità non è un sentiero, e nemmeno una terra senza percorsi: perché una tale terra non esiste.

Di là dello sguardo è la verità, in ogni direzione – compresi l’alto e il basso -, e di qua dello sguardo, oltre i muri che ci costruiamo dentro.

Published in: on ottobre 25, 2012 at 12:33 pm  Lascia un commento  
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