L’oggettività non esperienziale è una fallacia logica

Ciò che lo scienziato studia non è mai l’oggetto in sé, bensì la rilevazione mediata dai sensi dell’oggetto o, molto spesso, una sua rilevazione indiretta di secondo livello, ottenuta attraverso una qualche strumentazione che egli utilizza – necessariamente – attraverso i sensi. Ciò pone un doppio filtro fra l’oggetto-studiato e lo scienziato-studiante. Vi è poi un terzo filtro, costituito dalla teoria o dalle teorie che egli utilizza per interpretare i dati filtrati che ha rilevato. Non solo i dati filtrati che egli analizzerà circa il suo oggetto, ma la delimitazione dell’oggetto stesso è frutto di teoria: in un universo in cui quasi tutto è parte di qualcos’altro ed è a sua volta suddividibile in componenti più piccole, la selezione dell’oggetto rappresenta essa stessa una questione di interpretazione. Non si tratta di stabilire un’unità di misura, quanto di delimitare il proprio campo d’indagine. Se si studia un corpo a livello cellurare si sta, implicitamente o esplicitamente, dando per scontate numerose teorie riguardanti la fisica degli atomi, in modo non dissimile da quanto fanno i sociologi o gli psicologi sociali riguardo alle teorie dell’azione individuale quando studiano un gruppo o un’organizzazione. Inoltre, l’affermazione che l’utilizzo di un approccio induttivo possa essere scevro dalla teoria è esso stesso frutto di teoria (oltre che della storia della disciplina, della storia personale di chi fa tale affermazione e del suo attuale frame mentale di riferimento), ed influenza anche pesantemente il tipo di interpretazione che egli farà dei dati.
Vi è, infine, un filtro linguistico-lessicale, che riguarda la comunicabilità delle interpretazioni risultanti dalla rilevazione (in altre parole, il passaggio da interpretazione a esposizione dell’interpretazione) attraverso le strutture linguistiche che lo scienziato padroneggia e che i suoi interlocutori (ad esempio i colleghi o la comunità scientifica) possono comprendere. Qualora poi l’oggetto studiato possegga una propria agency, ossia qualora esso stesso sia in una qualche misura soggetto (è il caso di molte delle cose studiate dalla biologia), vi è una ulteriore alterazione, dovuta alla potenziale influenza dell’osservazione sulle caratteristiche del soggetto-oggetto osservato.
La scienza non ha mai osservato la realtà bensì, al pari di ogni altra disciplina analitica, l’ha sempre interpretata. Ciò attiene alla differenza fra osservazione e visione. La nostra natura di soggetti e la nostra biologia ci impedisce di “vedere” fuori da ciò che “sentiamo” coi sensi. Parlare di induttivismo eludendo questa realtà è fuorviante. L’unica cosa che siamo in grado di vedere senza l’utilizzo dei sensi è di fatto ciò che ci sta dentro (emozioni e pensieri) e ciò che sta “di mezzo” fra interno ed esterno (le sensazioni per come le percepiamo, prima di interpretarle). In questo senso le sensazioni, le emozioni e i pensieri sono molto più oggettive delle rilevazioni “induttive” della scienza, perché meno filtrate. Il fatto che esse siano al tempo stesso “soggettive” non sminuisce la loro intrinseca oggettività, in quanto soggettiva è solo l’interpretazione di ciò che è esterno al soggetto (dire “il mondo è felice”), non ciò che è interno (dire “io sono felice”). La scienza non potrà mai raggiungere un livello di oggettività sul mondo esterno (dire con certezza “lui è affamato”) pari a quella che un essere umano può potenzialmente avere sul proprio mondo interno (dire con certezza “io ho fame”). Per questo una psicologia oggettiva non dovrebbe imitare i metodi della scienza ma dovrebbe invece adottare un approccio esperienziale: non analizzare l’altro ma guidarlo in un viaggio interiore.
Ma sto divagando. E del resto questo non è un saggio, ma solo una breve riflessione estemporanea.
Per concludere, la presunzione di gran parte della comunità scientifica (mi riferisco alle scienze per così dire naturali) circa la possibilità di un’aderenza oggettiva dell’interpretazione all’oggetto a cui si riferisce, sostenuta filosoficamente rifacendosi all’elevato grado di formalizzazione delle procedure proprio della disciplina, è una fallacia logica. L’equiparazione della formalizzazione del processo interpretativo scientifico con l’idea di una sua oggettività intrinseca, innestato nel frame mentale della larga maggioranza degli scienziati dall’educazione accademica e dalla visione interna al campo organizzativo “comunità scientifica”, ha fatto dimenticare loro che quel livello fra conclusioni e osservazione sensuale nondimeno esiste, ha un peso enorme ed ha portato, proprio perché sottostimato, a errori “osservazionali” anche clamorosi.

E visto che questo non è un saggio, concludo con una citazione, di quelle che di solito le persone serie mettono all’inizio dei loro scritti:

“Insofar as he makes use of his healthy senses, man himself is the best and most exact scientific instrument possible. The greatest misfortune of modern physics is that its experiments have been set apart from man, as it were, physics refuses to recognize nature in anything not shown by artificial instruments, and even uses this as a measure of its accomplishments.” Johann Wolfgang von Goethe

Riflessione sugli ultimi eventi (si ringrazia il coniglio per la carota)

Tutti quanti hanno deciso di riempirsi la bocca della parola “maturità”. E’ una coincidenza? No, ma sembra. In Italia non si chiama più così, la fine della prigionia, ma i giornali e la gente continuano a mettersela in bocca e a masticarla. La forma è cambiata, forgiata dai denti e dalla saliva. Vabé, machissenefrega. E in Spagna una “signora” mi dà dell’immaturo rifacendosi alla logica idiota dell’età anagrafica. Un coniglio millenario che conosco direbbe che è semplicemente divertente, e non dovrei neppure scriverne. E ha ragione, la gente è divertente. Ma scrivo per riempire un vuoto, là fuori, e svuotare la mente, qua dentro. L’andazzo, poi, è  ultimamente questo, e forse l’avrete notato: ho smesso di rileggere ciò che scrivo, così le cose vengono fuori più sincere, più vere (espressioni da reality show, e anche questo è divertente). E allora l’italiano muore un po’, ma prometto di accendere un cero, spento il computer. E tornando alla maturità, parliamoci chiaro: è una cazzata. Ovvero, è un involucro vuoto, che puoi riempire con la tua spocchia o lanciare contro chi la pensa diversamente, come un vaso da un balcone. Quella dei banchi e dei maestrini e delle interrogazioni, invece, è concreta come un muro. Ne ho scritto fino allo sfinimento, di quella prigione, ma la gente ama le sbarre, ama chiamare la gente piccola ignorante e accudirla contro la sua (iniziale) volontà. I pedagogisti hanno perfino inventato una professione su questa barbarie. Poi hanno inventato le lime, e le infilano a volte fra le pagine di un’antologia, o di un manuale universitario: la mia marca preferita è “scuola libertaria”, ma non è ancora un prodotto main stream. Intanto più che la Spagna, sto vivendo la Cina. Credevo di essere andato a ovest, e invece sono finito a est: allora è vero che la Terra è rotonda, e forse è per questo che la gente ci scivola sopra e si ritrova in altri luoghi, dove, se è un po’ più saggia di un’ortica, si rende conto che i posti non sono assegnati e ognuno gioca i suoi numeri. Il montepremi non vale nulla, o meglio, è un’altra parola vuota. Riempiamolo di Dio e del successo economico, e serviamo con un po’ di rucola. Il montepremi si mangia, e dicono sia buono (quelli che non l’hanno assaggiato, di solito). “E tu, coniglio, cosa ne pensi?”

“Che secondo me stai diventando pazzo.”

“Può anche essere, ma pazzo è un’altra…”

“Parola vuota, certo certo. Tieni, mangia una carota e stai zitto.”

(la carota non la rifiuto, che-fa-bene-a-tutto ed è buona, quindi chiudo qui e vi saluto. Alla prossima)

Sogno un Che Guevara di 7 anni

Rinchiudono i bambini per anni in un edificio. Ogni fottuta mattina. Orari fissi. Materie fisse. Un croci-fisso. La trasmissione coatta di un sapere standardizzato e stantio la chiamano “diritto all’istruzione”. Ironico ma triste. Si parla di rivoluzione liberale, ma in altri palazzi, dove la gente è troppo adulta per ricordare. La scuola ha grossi problemi, dicono, bisogna aiutare i secondini precari. Io continuo a fissare basito l’onda anomala di studenti che troppo ordinatamente protestano per la revisione della carta da parati. Anche loro hanno dimenticato, o forse sognano una prigione coi muri colorati. Io sogno un Che Guevara di 7 anni.

Visioni e vincoli

E’ solo dal limite estremo di un paesaggio che un solo sguardo può abbracciarne la totalità.

È solo staccandosi dal ramo che una foglia riesce a cogliere la totalità dell’albero, perché se ne allontana.

Ma spesso il tutto dura lo spazio di un istante, poi il buio dell’impatto.

Occorre addestrarsi nella cecità della mente per insegnare agli occhi a vedere ciò che è troppo evidente per essere scorto.

Ma come fare a volare con un ramo conficcato nella schiena? E come proteggersi dal rischio della caduta?

Published in: on giugno 25, 2013 at 3:23 pm  Comments (1)  
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L’autorità sono gli altri

 

 

Non è l’autorità il vero tiranno

non sono le sue azioni o le sue vesti

né il suo scettro o il suo scranno più alto di una spanna:

è il significato che gli si conferisce,

che annulla il senso delle parole degli altri.

 

Una riflessione estemporanea sugli intellettuali della tarda modernità

Ci stavo pensando proprio ora: il problema degli intellettuali della tarda modernità, qui in Italia, è che una parte di loro si è emancipata dall’ideologia per abbandonarsi all’interesse personale o di fazione, e tutti gli altri cercano di riesumarne il cadavere, dell’ideologia, agghindarlo con nuove parole e farlo passare per soluzione innovativa e totale. Ma li tradisce la puzza, e i vermi che strisciano fuori dalle giacche alla moda: un cadavere è sempre un cadavere. Poi guardo ai giovani, quelli più svegli, quelli che probabilmente diventeranno gli intellettuali del futuro. Ne ho conosciuti diversi. Tendono a scegliere un’ideologia e contrapponendola a tutte le altre si giudicano anticonformisti, e poi ripetono esattamente quello che sentono dire dagli altri conformisti, criticando sistematicamente il sistema da una posizione parziale e che non comprendono. Si abbandonano ai sentimenti, in molti casi. Alla rabbia. Non accettano argomentazioni ma solo ideali. E dopo un po’ iniziano anche loro a puzzare. A volte si riuniscono e manifestano. Urlano slogan chiedendo il paradiso, senza avere idea di come si sia giunti all’inferno né di come se ne possa uscire. E non definiscono le loro parole. E’ colpa delle banche: quali banche? E’ colpa del governo: cosa si sarebbe dovuto fare invece? E’ colpa delle multinazionali, della globalizzazione, della finanza, della… e il cadavere puzza, puzza sempre di più. E pensano per categorie, i giovani intellettuali. La destra, la sinistra. Il socialismo, il liberismo. Ma se provi a farli riflettere, a chiedere loro di suddividere, di sezionare più in profondità, tendono a non rispondere, a non pensare. Oppure ti classificano come il nemico, quello della fazione opposta. E il cadavere continua a puzzare, e iniziano a farlo anche loro. E il problema di tutti gli altri, quei pochi, il problema di chi ancora non ha scelto il suo cadavere né ceduto all’egoismo, il loro problema è un altro: la democrazia. Perché con una maggioranza necrofila ed egoista la democrazia può solo autoperpetuare tutto questo. Sì, anche la democrazia, ahimé, sta iniziando a puzzare…

Istituzioni

Vivere

con gli altri

in modo pacifico o violento

elaborando mondi

per poi obliarne l’origine vivendoci

persuasi che così sia sempre stato.

Published in: on luglio 2, 2012 at 8:09 am  Lascia un commento  
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I limiti dell’apprendimento imposto

Scriveva Lev Tolstoj nella seconda metà dell’800: “L’educazione è l’intervento di un individuo su un altro al fine di obbligarlo a fare proprie determinate abitudini morali […]. L’educazione è l’aspirazione al dispotismo morale elevata a principio” (Tolstoj 1975, pp. 77-79).

Questa definizione, adesso come allora, si adatta perfettamente al modo in cui in occidente – e oramai non solo – è concepita l’educazione scolastica di bambini e ragazzi. Un’educazione basata sull’insegnamento massificato piuttosto che sull’apprendimento individuale, all’interno di istituzioni standardizzate sia dal punto di vista spaziale (le aule tutte uguali) sia dal punto di vista temporale (gli orari fissi, i quadrimestri, gli anni scolastici). Attraverso queste istituzioni ognuno è costretto a passare, “imparando” le stesse cose nello stesso momento, secondo criteri esclusivamente anagrafici. Con il nobile proposito, apparentemente egualitario, di fornire a tutti le medesime opportunità d’istruzione, si costringe gli interessi dei più giovani verso binari prefissati, privandoli della possibilità di soddisfare la propria curiosità a 360 gradi e di operare qualsiasi scelta significativa circa le regole e i tempi del proprio apprendimento. L’esito del processo produttivo della scuola-fabbrica è un adulto normalizzato, privato della propria fantasia da anni di asservimento, ligio al dovere e con scarso senso critico: il prototipo del perfetto cittadino consumista, lo studente di successo alle superiori, quello che tutti definiscono una persona brillante. L’altro studente, quello curioso e sperimentatore, interessato a campi del sapere non contemplati dagli standard educativi, è lo studente fallito, indisponente, poco adatto allo studio: riuscirà a sviluppare le proprie doti, se sarà abbastanza forte d’animo, non grazie alla scuola bensì nonostante essa, una volta raggiunta l’età adulta.

I metodi di una scuola basata sulla normalizzazione delle persone  e sulla loro deresponsabilizzazione (tutto è deciso dagli adulti) finiscono così per snaturare la dinamica dell’apprendimento, trasformandolo in un processo di formazione. Il bambino è visto in questa prospettiva come un essere incompleto, da plasmare secondo gli standard morali della società, in un rapporto soggetto-oggetto fra educatori ed educati. La conoscenza, inculcata dall’esterno, deve necessariamente basarsi su un meccanismo di premi e punizioni, di valutazione e disciplina, perché il bambino non può sapere cos’è giusto per lui, cosa la società da lui si aspetta: senza una mano da parte nostra non potrà mai diventare una persona di successo, ottenere un buon lavoro, prestigio, denaro, mandare avanti le nostre tanto fondamentali tradizioni e far girare l’economia. Il disegno libero, la scrittura creativa, la messa in discussione delle conoscenze, il gioco… tutte cose non contemplate dai programmi scolastici ministeriali, giudicate superflue nel processo di formazione dell’adulto standard. E così le attività pratiche, come aggiustare un orologio o curare un orto.

La maggior parte delle attività scolastiche sono finalizzate alla vita futura del bambino, al suo stadio “maturo” [1], come se la condizione di bambino fosse una temporanea e necessaria preparazione alla vita vera, quella dell’adulto, e non la vita stessa. Tale concezione utilitaristica dell’istruzione, intesa come formazione demiurgica eterogena finalizzata al futuro, impedisce lo svilupparsi naturale dei più piccoli, mortifica le loro inclinazioni privandoli della libertà e giudicandoli; li rende schiavi della morale e delle scelte che genitori, insegnanti e sistema scolastico operano per loro, con la scusa di fare il loro bene; li introduce in un mondo ipercompetitivo dove l’apprendimento è strumentale alla gratificazione del voto e il diritto allo studio non è affatto un diritto, ma un dovere imposto. E in effetti “mai schiavo fu tanto di proprietà del padrone, come il bambino lo è dell’adulto. Mai ci fu servo la cui obbedienza fosse così indiscuibile e perpetua come quella del bambino all’adulto” (Montessori 2000, pp. 11-12). Queste parole possono apparire superate, riferite a un’altra epoca, quando la scuola era più severa e austera, e si ricorreva a punizioni anche fisiche verso gli studenti indisciplinati; ora è opinione diffusa che i bambini siano anche troppo liberi, i genitori troppo compiacenti e in generale il problema non stia nel sistema scolastico in sé, quanto nella mancanza di fondi, nella preparazione degli insegnanti o in altre questioni secondarie denunciate a intervalli regolari dalle manifestazioni studentesche. In realtà la scuola è mutata nella forma ma non nella sostanza: è scomparso il segno più tangibile dell’asservimento,  la violenza fisica come sistema di  punizione, ma quella psicologica, basata sulla valutazione, è rimasta intatta, così come intatto è rimasto il carattere antidemocratico e antiliberale dell’istituzione.

E del resto un adulto abituato fin da piccolo alla sottomissione della gerarchia, a non esercitare il proprio intuito e il proprio pensiero critico, finirà poi per  insegnare questi stessi valori ai suoi figli, perpetuando il sistema.

Non resta allora che riporre le speranze nei perdenti per scelta, in quelli che la scuola-fabbrica l’hanno rifiutata e per questo sono stati da essa espulsi, alla stregua di scarti di produzione. E’ tempo che si apra una breccia nel meccanismo idiota della conoscenza imposta, che si inizi a fare studiare ai bambini ciò che desiderano studiare, lasciando da parte le logiche del profitto. Perché “i fanciulli educati liberamente non faranno soldi, ma faranno la storia” (Kohn 2010). E non si tratta di utopia bensì di realtà quotidiana nelle centinaia di scuole democratiche e libertarie [2], attive in più di 200 paesi, che ospitano attualmente circa 40.000 fra bambini e ragazzi (Cordello e Stella 2011). Scuole dove si può scegliere di non frequentare le lezioni e di non studiare, ma dove alla fine, non essendo obbligati a farlo, si finisce per riscoprire l’interesse verso il mondo e quel desiderio di conoscenza che la scuola tradizionale tenta in tutti i modi di soffocare, in nome di ideali ipocriti di cultura e uguaglianza.

note:

1. Emblematico a questo proposito il fatto che il termine del processo d’istruzione istituzionale coincida con un esame denominato “maturità”.

2. Vi rimando a quest’altro mio articolo per un ulteriore approfondimento sulla realtà delle scuole democratiche e libertarie.

Sul potere psicologico degli esperti

Di recente ho avuto notizia di questa storia, che riporta un fatto realmente accaduto (come si può constatare dall’articolo a riguardo pubblicato dal washington post):

Un uomo seduto in una stazione della metropolitana di Washington DC iniziò a suonare il violino, era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo lasso di tempo, poiché era l’ora di punta, è stato calcolato che 1.100 persone siano passate per la stazione, la maggior parte di loro intente a recarsi a lavorare. Passarono tre minuti e un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava. Rallentò il passo, si fermò per alcuni secondi, poi si affrettò per recuperare il tempo perduto. Un minuto dopo il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna lanciò il denaro nella cassettina e, senza neanche fermarsi, continuò a camminare. Pochi minuti dopo qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma poi guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Chiaramente era in ritardo per il lavoro. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo invitava a sbrigarsi, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Infine la madre lo trascinò via ma il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Durante i 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono ad ascoltarlo, per brevi periodi di tempo. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Tirò su 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei musicisti più talentuosi del mondo. Aveva appena eseguito uno dei pezzi più complessi mai scritti, su un violino del valore di 3.5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston, dove i post in media costavano 100 dollari. Questa è una storia vera. Joshua Bell era in incognito nella stazione della metro, il tutto organizzato dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. Ci si chiedeva: in un ambiente comune e ad un’ora inappropriata, percepiamo la bellezza? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato? Una delle possibili conclusioni di questa esperienza potrebbe essere: se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo ?

Una breve riflessione.

Ho riportato il testo integrale, così come l’ho letto io la prima volta. Secondo me il discorso è ben più ampio, e non riguarda tanto la percezione della bellezza, quanto il potere delle tradizioni, delle abitudini consolidate e dell’autorità degli esperti. Se in quella stazione a quell’ora fosse stato allestito un palco lussuoso, se  Joshua Bell avesse indossato abiti eleganti e se ci fossero stati poster ad attestare l’identità del musicista e le sue credenziali, molta più gente si sarebbe fermata ad ascoltarlo, alcuni avrebbero scattato delle fotografie, le mamme avrebbero strattonato meno i bambini e altri si sarebbero scoperti ad apprezzare quel tipo di musica col piglio di chi se ne intende.

Ora, questo sarebbe probabilmente avvenuto anche se il violinista fosse stato poco più che mediocre, e le ragioni di ciò sono principalmente due.

La prima è evidentemente il fatto che per apprezzare un certo tipo di musica è necessario averne coltivano la passione, intendersene.

L’altra, meno evidente ma altrettanto incisiva, riguarda l’indole delle masse di questa nostra epoca e società  a misurare i propri gusti e le proprie opinioni su quelle dei cosiddetti esperti, e cercare di adattarle a esse. Gli esperti, in una società dove la settorialità della conoscenza, di pari passo con la massa totale di informazioni disponibili, si moltiplica ad una velocità sempre maggiore, posseggono un potere enorme. Il fatto che pochi se ne rendano conto non fa che accrescere questo potere. Se poi nel campo dell’arte il danno maggiore lo subiscono quegli artisti la cui arte mal si adatta ai gusti degli esperti della loro epoca, in altri campi tale potere può sortire effetti ben più insidiosi. Un esempio lampante di ciò è il potere psicologico degli economisti. Essi, nonostante la presenza (peraltro positiva) di una miriade di teorie macroeconomiche e microeconomiche – diverse e in contraddizione tra loro – atte a spiegare gli stessi fenomeni, sono riusciti col tempo ad allonare dai riflettori ogni altra spiegazione degli eventi contingenti, relegando le restanti scienze sociali al mondo accademico e delle riviste di settore. Ciò è stato possibile farlo solo con il consenso (più o meno conscio) delle grandi masse, che hanno attribuito alla chiave di lettura economica qualità ben al di sopra della realtà, circondando le teorie economiche dominanti del manto della verità e giudicando gli aspetti non economici come secondari. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti, e li stiamo vivendo oggi sulla nostra pelle, ma la loro autorità non sembra esserne più di tanto scalfita.

Il problema non è, va sottolineato, la scarsa utilità della massa di dati che compone la scienza economica (parte della quale possiede indubbiamente valore), bensì la tendenza di una gran parte delle persone a credere ai detentori di tali dati non in virtù dei dati stessi, bensì per via del manto di autorità che circonda chi li detiene.

Ho riportato l’esempio degli economisti in quanto si tratta della manifestazione più palese della diffusa tendenza a sovrapporre i concetti di autorità e verità, che si riassume in una tautologia pericolosa per il libero pensiero: “l’autorità possiede la verità e la verità è ciò che l’autorità sostiene sia vero”. Mi riferisco qui alle autorità del campo intellettuale e artistico, non tanto all’autorità politica, giudiziaria o simili.

Ritornerò sicuramente sull’argomento in futuro. Se volete farmi sapere cosa ne pensate, che siate d’accordo con me o meno, lasciate un commento qui sotto.

Published in: on aprile 24, 2012 at 8:15 am  Comments (2)  
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