Trasferimento blog

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Published in: on giugno 2, 2015 at 10:04 am  Lascia un commento  
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Sono tornato

Da tre mesi non mi leggete. Non avendo niente di cui scrivere non ho scritto nulla. Ora spezzo questo silenzio con una semplice canzone, che però esprime bene quello che non so scrivere.  E’ in esperanto, ma l’ho tradotta per voi in inglese e in italiano (forse con qualche errore, in quanto il mio esperanto è lontano dall’essere perfetto).

Per quanto mi riguarda, in tre mesi sono successe divese cose significative: una laurea magistrale in sociologia a Torino, il trasferimento in Spagna, paese in cui ora vivo, e l’inizio di una convivenza con una persona che viene da un paese lontano. E non ho più scritto, né qui né altrove, dicevo, ma credo che la pausa sia ora terminata, e ricomincerò a riempire questo bianco.

 Esperanto

Birdo

Birdo flugas en la ĉielo
Kaptas flugiloj la venton
Birdo estas forta kaj bela
En la aero kristale hela
Sola kun la elemento

Ĝi ŝvebas subsune en luma maro
En oceano la kvina
Sube restis limoj kaj baroj
Montoj majestaj kaj vastaj arbaroj
Kaj homoj kun siaj maŝinoj

Birdo revenas al sia nesto
Fore de bruaj ŝoseoj
Ĝi estas simpla, ĝi estas modesta
Kaj malsimila al kiaj ni estas
Homoj kun siaj armeoj

Birdo en la ĉielo lazura
Ne estas malica, nek estas hero
Ĝi simple estas en la naturo
Irante al sia neklara futuro
Kun homo kun sia ego.

English

A bird

A bird flying in the sky
its wings capturing the wind
strong and beautiful
in the air bright as a cristal
alone with the element

It hovers under the sun, into the bright sea
through the fifth ocean
it left below him borders and barriers
the wonderful mountains and the vast forests
and the people with their machines

The bird returns to its nest
away from the noisy roads
it is simple, it is modest
and so different from what we are
from the people with their armies

A bird in the blue sky
it is not evil, but it is not a hero
it simply lives in the nature
heading towards his uncertain future
with the Man and his ego.

Italiano

Un uccello

Un uccello vola nel cielo
le sue ali catturano il vento
forte e stupendo
nell’aria brillante come un cristallo
solo con l’elemento

Si libra sotto il sole, nel mare splendente
attraverso il quinto oceano
ha lasciato sotto a sé confini e barriere
le meravigliose montagne e le vaste foreste
e gli uomini con le loro macchine

L’uccello ritorna al suo nido
lontano dalle strade rumorose
semplice, modesto
e così differente da ciò che siamo
dagli uomini con i loro eserciti

Un uccello nel cielo azzurro
non è cattivo, ma nemmeno un eroe
resta semplicemente nella natura
diretto verso un futuro incerto
con l’Uomo e il suo ego.

Published in: on aprile 7, 2015 at 3:32 pm  Lascia un commento  
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Con gli occhi di un pollo

“Senza paura, dal basso, butta lo sguardo – in una qualche pattumiera – e osserva. Slaccia la mente ignorante e vola… la visione ne guadagna, si fa più nitida, te lo assicuro, e se anche cadi non ti fai male! E’ un viaggio sensuale, per così dire: al di fuori del cervello. E il più verace e straordinario di tutti.”

Così avevo letto, e alzando gli occhi dal libro, pensai: “è un buon consiglio, grazie mille!”.
Due giorni dopo spiccai il volo, solcando la città coperta di smog e solipsismo, un mix caotico di corpi e urbanistica. Volavo qua e là, inseguendo gli uccelli grigi, ed ogni tanto mi appollaiavo su un albero e guardavo in basso. E in basso passava, fra gli altri: un parco, una strada, un giardino privato, un bambino sospinto in avanti da una donna molto più vecchia di lui. Nessuno pareva farmi caso – ma il parco, di tanto in tanto, sorrideva – e io potevo studiare le cose senza essere scorto.
Scesi poi a terra, e passeggiando provai a mischiarmi a loro. “Mischiarsi alle cose” è un ottimo modo per capirle, per scoprirne le sfumature intime, grezze, intricate, meravigliose: che ti colpiscono come acido sugli occhi o velluto sulle guance. E infine, seduto sul prato, confrontai le prospettive: alto e basso, uccello e uomo. Ma il mondo assumeva configurazioni per lo più incomprensibili. E la città… non aveva alcun senso. Le persone non avevano alcun senso. “Il pollo ha ragione?”, mi chiesi, dopo diversi minuti. L’idea era sconcertante. Il pollo l’avevo incontrato in un posto lontano, viaggiando verso ovest. “Il pollo era saggio?”. “Co-co” aveva detto, al principio del nostro primo incontro, un giorno di un tempo lontano, mentre passeggiavamo fianco a fianco su una collina. Mi aveva imbarazzato, quel suo verso. “Co-co”, aveva poi aggiunto, dopo qualche istante, alzando il becco e fissandomi, apparentemente deluso per la mancata risposta.
Tornai al presente.
Sapevo – o meglio, sospettavo – che ogni tanto occorresse uscire di strada: per seguire il dhamma, il Dao, Hakim Bey, il destino, il pollo, o come diavolo lo vuoi chiamare tu, caro lettore. Che “co-co” era un bel verso, e non di rado molto più significativo dei tanti milioni di vocaboli umani. “Co-co” è questo, “co-co” è quello. “Co-co non classifica, co-co è uno”, dissi fra me e me. (Follia?). “Co-co” non era radiatore, ortaggio, amore, navigare, costipazione, martellare, imprescindibile, lussuria, vago, ventotto, rinoceronte, soprammobile, fachiro, ingenuità, arma-di-distruzione-di-massa, stronzo, clorofilla, marmellata, transustanziazione, neo, mattonella. Non era nessuna delle mille distinzioni. “Co-co” era tutto, ed era armonia. Quindi “co-co”, con moderazione, si doveva dire e faceva bene, perfino in risposta a un pollo. Ne ero ormai convinto e, avvicinando un uomo basso con un cappello triste, gli dissi con entusiasmo: “se anche – sfortunatamente – viviamo in un mondo di uomini – e a volte lo siamo persino, umani –, e occorre parlare la lingua complessa del tutto-è-distinto-da-tutto, bè, non importa. La realtà si può cambiare, sempre! Occorre solo credere in un’altra realtà. E agire come se fosse lì. A quel punto ‘co-co’ può davvero essere un fiore o una palla da bowling, o un cacciavite. Non trova? Cosa ne pensa dei polli, lei?”. Per qualche ragione l’uomo accelerò il passo e, senza rispondere, girò l’angolo e si allontanò.
Continuai a passeggiare e a osservare, e infine mi levai nuovamente in volo, chiudendo la mente e aprendo i sensi. E volai in alto, sempre più in alto, pensando alla voce del pollo. E dopo un tempo imprecisato, all’improvviso, senza sapere realmente come, avevo abbandonato il sopra-sotto convenzionale e mi trovavo circondato da un cielo diverso, color terriccio, che mai avevo visto prima. Mi appollaiai su di una stella lignea e abbassando lo sguardo scrutai l’universo, dicendo e ridicendo “co-co” fra me e me e al vento… poi volsi lo sguardo in alto, e lassù ravvisai fra nebbia e fumo la città inquinata da uomini e macchinari e chimica e suoni. “Co-co”, pensai. Una città. “Co-co”. Un’automobile. ”Co-co”. Un signore di mezza età che cammina su un marciapiedi. “Co-co”. Una pozzanghera… e un centro commerciale e un bambino, una signora, un ospedale, un albero. “Co-co”. “Co-co”. “Co-co”. E dimenticai tutto. E vidi ogni cosa. E il sotto-(è)-sopra e il sopra-(è)-sotto trasmutarono e turbinarono d’un tratto in ogni-direzione, e avevo smesso di volare, e mi libravo a mezz’aria senza muovere un muscolo. Così mi svegliai dal sonno degli uomini. Ma, si sa, al sogno non si sfugge, ed eccomi di nuovo qua, nella dimensione onirica, a scrivere frammenti multicolore di quella realtà, così vivida e meravigliosa. Proprio così.

Un cerchio che si (s)chiude

Affascinante, elegante, brillante, luminoso, intrigante, lucido e molto, molto altro!

Tu corri, t’informi, ascolti, acquisti, insegui, speri. Strattoni il dopo nel presente.

Il tempo. E ancora. Una routine. Forse lo vedi o forse no. Lì fuori, guarda, ma ciò che è dentro lo cambia, lo rende importante.

O dentro, e ciò che è fuori è solo un pretesto, e potrebbe  essere finanche un vecchio arnese, o una conchiglia.

Sei tu, comunque, ed io, e quasi tutti. Lo sai, è difficile sfuggirgli. La cella è troppo, troppo confortevole, ed ho paura di evadere.

Intanto gli innumerevoli altri supportan la speranza con unghie e lime. Ecco la chiave, fra denti e lingua, ma non so usarla.

Un muro separa due prigioni opposte e connesse. Una grande, immensa, e l’altra… Un bambino mi guarda e piange, o forse uno specchio nella pioggia.

Il muro diventa un giardino, e un verme si scava un’evasione al cielo mentre un merlo insegue il suo pasto.

La vita continua, e basta. Tutto qua.

 

 

Published in: on settembre 19, 2014 at 2:50 pm  Lascia un commento  
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Viaggi orizzontali: una sera piovosa [1]

Una goccia. Due gocce. Tre. Apro l’ombrello. Di solito non lo porto, ma stasera l’I-ching mi ha dato un indizio troppo chiaro. Procedo in direzione del Bar “lolita”, vicino alla spiaggia. Una folla di persone che non leggono l’I-ching cerca riparo sotto i portici. Ma non c’è spazio per tutti. E’ una sera come un’altra. Quell’altra era una sera di tre anni fa, ma allora non leggevo il libro degli oracoli, e fra la folla c’ero anch’io. Il mio cellulare segna le 9 e 24. Avanzo tra gente invidiosa del mio riparo portatile. Entro e ordino una birra piccola. Tre euro e cinquanta. La tv del bar proietta un documentario sui pinguini. Mi sono sempre piaciuti i pinguini: hanno un muso simpatico, un colore simpatico, e sono uccelli che sorridono. Pochi lo fanno, per via del becco. Sono l’unico privo di compagnia visibile nel bar. Pablo il coniglio mi fissa con aria interrogativa: purtroppo per lui non vendono birra invisibile al Lolita, e la mia dignità mi impedisce di comprargliene una visibile. Mi metto la mano davanti alla bocca fingendo di sbadigliare e sussurro un “mi dispiace” in direzione del cappello da mago. “Sei uno stronzo” è la risposta del coniglio. Una ragazza seduta a un tavolo vicino si gira e guarda il cappello. Le lancio un’occhiata, e… può sentirlo?, ma glielo chiedo con gli occhi. Lei ride e sussurra qualcosa in inglese a un altro ragazzo, qualcosa riguardo al mio cappello stravagante. Va bene, ci sono abituato. La gente ha poca immaginazione, e di rado riesce a vedere oltre la stoffa del cappello (e il tessuto… il tessuto del reale – e i fili, i fili che agganciano le nostre menti ai 5 sensi). Sorrido al coniglio. Lui non sorride. Vorrei tanto un pinguino invisibile.

Published in: on aprile 23, 2014 at 9:34 am  Lascia un commento  
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Il media è il miraggio

“Si è scritto su qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, davvero, su tutto tranne che sul niente. Quella è l’ultima sfida della scrittura: non trasmettere il senso, ma l’insensato. Non interpretare, ma lasciarsi interpretare. Perché ciò che ha senso è sempre effimero. E l’interpretazione è sempre parziale. Solo ciò che è oscuro e senza senso perpetua il suo messaggio.”

“Certo, ma non è troppo facile così? Per chi scrive, intendo. La responsabilità ricade tutta su chi legge!”

“E allora?”

“Beh, allora… allora diventiamo tutti scrittori improvvisati, riempiamo le pagine di sciocchezze nell’attesa che qualcuno ne colga una grande verità. Voglio dire, che ne sarebbe dei libri di filosofia, dei romanzi d’avventura, delle storie d’amore? Tutta spazzatura mainstream?”

“Affatto. Tutte opere stupende, ma condannate a invecchiare e a essere dimenticate. Per andare oltre uno scrittore dovrebbe buttare a terra la bussola, calpestrarla, bruciarla, distruggerla. E poi chiudere gli occhi, girare qualche volta su se stesso e procedere così, con le palpebre serrate e la penna in mano. Quello, o il successo editoriale.”

“E non è importante il successo editoriale, non è ciò che la gente vuole?”

“La gente non ha mai capito niente della scrittura.”

“Sì ma gli scrittori non sono anche loro parte della gente, persone normali piuttosto che messia?”

“Proprio così, per questo non dovrebbero seguire la propria bussola e lasciare la penna al caso.”

“Sarebbe la morte del libro…”

“Esatto.”

“Ma non ha alcun senso!”

“Ma non ha alcun senso… una frase che nella storia è sempre stata il preludio della meraviglia, dell’incredibile, del rivoluzionario. Ma non ha alcun senso.”

“Se non fossi un coniglio immaginario, saresti un pazzo.”

“Ma sì, ma sì. Ti ringrazio, comunque. E che ne pensi del titolo che hai scritto? ‘Il media è un miraggio’: d’effetto, senza dubbio.”

“Mi sembrava un titolo azzeccato per questo nostro dialogo fra il profetico e il faceto. Se fossi stato un topo, e non un coniglio, l’avrei intitolato: il media è il formaggio. Peccato.”

“Purtroppo ‘messaggio’ non rima con ‘carota’.”

“Eh, no. Purtroppo no.”

“Già.”

 

 

Vi dico ciò che penso adesso

Esistono varie strategie per conservare un segreto. Le principali sono: il silenzio di chi sa, la scarsa importanza dello stesso – che porta all’indifferenza e poi alla dimenticanza – e infine la sua eventuale natura improbabile. Nell’ultimo caso di solito chi conosce il segreto non si ingegna particolarmente a nasconderlo, consapevole che se pure la notizia venisse diffusa nessuno comunque vi crederebbe. I conigli-mentori-custodi sono, insieme al Santo Graal e  alla ricetta dei “malfatti” di mia nonna, fra i più improbabili dei segreti… così questo blog esiste per due ragioni: perché loro esistono e perché voi non lo credete possibile.

Distacco. Aneddoto. Una volta un uomo con barba e cappello, sulla cinquantina e occhi stanchi, mi ha chiesto sull’autobus che ora fosse. “Una domanda del genere è passata dall’essere consueta all’essere inconsueta”, pensai. Era il 2008, o il 2009. Piccola città nel nord Italia. Chi continua a farla dopo l’anno 2000, imperterrito nel suo anacronismo, può suscitare sorpresa nel suo interlocutore. Guardai il cellulare. E’ ciò che il sociologo Goffman definiva “rompere il gioco delle aspettative” – ma le parole usate non erano queste -, lo stracciare il copione e l’uscire dal personaggio che in quella situazione-epoca-luogo è normale recitare. Forse quando avrò cinquant’anni, la barba e il cappello sarà normale chiedere a un ragazzo sull’autobus che ne pensa il suo coniglio del risultato delle elezioni comunali del 2040. Lui potrebbe rispondermi in modo naturale, magari un po’ annoiato, sicuramente sollevato del fatto che la domanda non verta sull’ora.

Filosofia. Riflessione sicuramente spiccia. Il segreto è una cosa da non dire in campagna elettorale, una verità scomoda. Il compito della politica è sostanzialmente separare le persone dai segreti, la tattica è di certo il silenzio di chi sa, e a volte convincere il pubblico che tutto sia alla luce del sole. Teorie del complotto: David Icke, i rettiliani, le scie chimiche, i malfatti di cui sopra, altre cose che ora-non-ricordo. Tentano di normalizzare il segreto. Il problema del segreto è che se non ne sei a conoscenza non sai se esiste. Può essere una perdita di tempo, o una rivoluzione.

Sogni. La gente li tiene nel cassetto. Lavora una vita per trasformarli in una realtà tangibile. A volte se ne vergogna e compra cassetti rinforzati, per trasformare i sogni in segreti. Strano: la vergogna passa quando il sogno diventa reale. E’ l’imbarazzo dell’immaginario.

Tangenziale. Perché tangenziale?

Obiettivi. Per ora imparare lo spagnolo, già che qui lo parlano (finestra sul reale).  La biblioteca ha i tavoli di legno. Fuori alberi.

Evviva.

Emancipazione, insperata emancipazione! Quattro post, un solo coniglio. Niente orecchie che spuntano da tube, niente frasi criptiche o saggezza pedante, niente avanzi di carote a incrostare il pavimento… e tuttavia devo stare attento, perché è proprio negli istanti in cui l’entusiasmo raggiunge il suo apice che si perde la bussola e gli errori iniziano a spuntare, che quelli non aspettano che la tua prima distrazione per fregarti, magari anche solo lasciandoti in balia di una frase interminabile unicamente per metterti alla prova, per vedere se ti rendi conto, o per il semplice gusto di farlo – e ci godono, ci scommento – e allora tu stesso senza una ragione precisa ti metti lì e tralasci la punteggiatura,  perché in quel momento ti sembra il modo migliore per mostrare che la realtà fluisce e non si ferma certo per un punto o un punto e virgola, e si prende delle pause, sì, ma al prezzo di generare quelle invisibili virgole ondeggianti fra follia e normalità, fra sintassi e sogno, a cui si aggrappano i conigli da sermone e le altre cose strane – come i mostri-dietro-lo-schemo! (quelli che appaiono miti soltanto lontano dalla tastiera) – della realtà e della mente, e i giochi linguistici per stupire che non sorprendono nessuno, solo per apparire diversi, e il vezzo banale delle apparenze imbellettate, ma anche la sciagura opposta della caduta nell’introversione dell’inverosimile, col rischio che la penna plasmando la finzione vi si sostituisca rendendo impossibile distinguerle, e allora scivolare inesorabili nella grettezza delle frasi sconnesse, senza senso, senza logica, senza fine… e non è questo lo scopo, e quindi meglio cercarla, una fine, sempre, anche se poi non esiste davvero, anche se poi è solo l’ennesima illusione con cui giocare per un altro po’, per non diventare l’ennesimo mostro, per non peggiorare le cose, prima di sprofondare nel che-belle-parole, di qua e di là della parete che ci separa, ed è dura da accettare ma a volte  l’unica salvezza è pigiare quel piccolo tasto e lasciare al bianco la parola.

Published in: on marzo 21, 2014 at 12:52 pm  Lascia un commento  
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Oltre la parete

“Cos’é un’illusione?”

“Sul serio t’importa?”

“Credo di sì. Tu lo sai perché te lo chiedo, vero?”

“Vuoi sapere a che livello della realtà esisto, te lo sei sempre chiesto.”

“Esatto, e a quale livello esisto io. A quale livello esistono i barattoli di marmellata, magari, e il livello della politica italiana, che a volte quella sembra decisamente irreale…”

“Adesso la metti sull’ironia.”

“No, ma la domanda è terribilmente seria.”

“Va bene, ho capito. Ma dimmi, sei consapevole che le tue domande vengono sempre da dentro e mai da fuori? Dal pensiero e mai dagli occhi? Quelle, di certo, appartengono a un livello molto basso di realtà. Come al solito, ti aspetti da me una risposta che il tuo cervello possa masticare, un nuovo input che lo tenga occupato per un giorno o due.  Ma se io non esisto, non sarebbe quella risposta stessa un’illusione? O sarebbe un’illusione che svela se stessa? Potrebbe esistere una cosa simile?”

“Per l’ennesima volta le tue risposte diventano domande…”

“O sono le tue stesse domande che ti allontanano dalle risposte.”

“Non ne posso più del tuo linguaggio criptico!”

“E’ proprio questo il punto. Liberati.”

“Dovrei guardare il mondo per quello che è realmente e lasciare perdere le domande? E’ questo che intendi, lungorecchie?”

“Dove sei, ora?”

(uno schermo, una tastiera, un tavolo, persone, una biblioteca, luce, voglia di un panino, silenzio… un coniglio…? Silenzio, silenzio, silenzio, silenzio, silenzio…)

Creatività

L’ispirazione è in-spirazione.

L’espressione è es-pirazione:

una trasformazione e un compromesso inevitabili.

Published in: on novembre 20, 2013 at 10:39 pm  Lascia un commento