Trasferimento blog

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CON QUESTO POST NUMERO 100 VI COMUNICO CHE IL BLOG SI TRASFERISCE,

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Published in: on giugno 2, 2015 at 10:04 am  Lascia un commento  
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L’oggettività non esperienziale è una fallacia logica

Ciò che lo scienziato studia non è mai l’oggetto in sé, bensì la rilevazione mediata dai sensi dell’oggetto o, molto spesso, una sua rilevazione indiretta di secondo livello, ottenuta attraverso una qualche strumentazione che egli utilizza – necessariamente – attraverso i sensi. Ciò pone un doppio filtro fra l’oggetto-studiato e lo scienziato-studiante. Vi è poi un terzo filtro, costituito dalla teoria o dalle teorie che egli utilizza per interpretare i dati filtrati che ha rilevato. Non solo i dati filtrati che egli analizzerà circa il suo oggetto, ma la delimitazione dell’oggetto stesso è frutto di teoria: in un universo in cui quasi tutto è parte di qualcos’altro ed è a sua volta suddividibile in componenti più piccole, la selezione dell’oggetto rappresenta essa stessa una questione di interpretazione. Non si tratta di stabilire un’unità di misura, quanto di delimitare il proprio campo d’indagine. Se si studia un corpo a livello cellurare si sta, implicitamente o esplicitamente, dando per scontate numerose teorie riguardanti la fisica degli atomi, in modo non dissimile da quanto fanno i sociologi o gli psicologi sociali riguardo alle teorie dell’azione individuale quando studiano un gruppo o un’organizzazione. Inoltre, l’affermazione che l’utilizzo di un approccio induttivo possa essere scevro dalla teoria è esso stesso frutto di teoria (oltre che della storia della disciplina, della storia personale di chi fa tale affermazione e del suo attuale frame mentale di riferimento), ed influenza anche pesantemente il tipo di interpretazione che egli farà dei dati.
Vi è, infine, un filtro linguistico-lessicale, che riguarda la comunicabilità delle interpretazioni risultanti dalla rilevazione (in altre parole, il passaggio da interpretazione a esposizione dell’interpretazione) attraverso le strutture linguistiche che lo scienziato padroneggia e che i suoi interlocutori (ad esempio i colleghi o la comunità scientifica) possono comprendere. Qualora poi l’oggetto studiato possegga una propria agency, ossia qualora esso stesso sia in una qualche misura soggetto (è il caso di molte delle cose studiate dalla biologia), vi è una ulteriore alterazione, dovuta alla potenziale influenza dell’osservazione sulle caratteristiche del soggetto-oggetto osservato.
La scienza non ha mai osservato la realtà bensì, al pari di ogni altra disciplina analitica, l’ha sempre interpretata. Ciò attiene alla differenza fra osservazione e visione. La nostra natura di soggetti e la nostra biologia ci impedisce di “vedere” fuori da ciò che “sentiamo” coi sensi. Parlare di induttivismo eludendo questa realtà è fuorviante. L’unica cosa che siamo in grado di vedere senza l’utilizzo dei sensi è di fatto ciò che ci sta dentro (emozioni e pensieri) e ciò che sta “di mezzo” fra interno ed esterno (le sensazioni per come le percepiamo, prima di interpretarle). In questo senso le sensazioni, le emozioni e i pensieri sono molto più oggettive delle rilevazioni “induttive” della scienza, perché meno filtrate. Il fatto che esse siano al tempo stesso “soggettive” non sminuisce la loro intrinseca oggettività, in quanto soggettiva è solo l’interpretazione di ciò che è esterno al soggetto (dire “il mondo è felice”), non ciò che è interno (dire “io sono felice”). La scienza non potrà mai raggiungere un livello di oggettività sul mondo esterno (dire con certezza “lui è affamato”) pari a quella che un essere umano può potenzialmente avere sul proprio mondo interno (dire con certezza “io ho fame”). Per questo una psicologia oggettiva non dovrebbe imitare i metodi della scienza ma dovrebbe invece adottare un approccio esperienziale: non analizzare l’altro ma guidarlo in un viaggio interiore.
Ma sto divagando. E del resto questo non è un saggio, ma solo una breve riflessione estemporanea.
Per concludere, la presunzione di gran parte della comunità scientifica (mi riferisco alle scienze per così dire naturali) circa la possibilità di un’aderenza oggettiva dell’interpretazione all’oggetto a cui si riferisce, sostenuta filosoficamente rifacendosi all’elevato grado di formalizzazione delle procedure proprio della disciplina, è una fallacia logica. L’equiparazione della formalizzazione del processo interpretativo scientifico con l’idea di una sua oggettività intrinseca, innestato nel frame mentale della larga maggioranza degli scienziati dall’educazione accademica e dalla visione interna al campo organizzativo “comunità scientifica”, ha fatto dimenticare loro che quel livello fra conclusioni e osservazione sensuale nondimeno esiste, ha un peso enorme ed ha portato, proprio perché sottostimato, a errori “osservazionali” anche clamorosi.

E visto che questo non è un saggio, concludo con una citazione, di quelle che di solito le persone serie mettono all’inizio dei loro scritti:

“Insofar as he makes use of his healthy senses, man himself is the best and most exact scientific instrument possible. The greatest misfortune of modern physics is that its experiments have been set apart from man, as it were, physics refuses to recognize nature in anything not shown by artificial instruments, and even uses this as a measure of its accomplishments.” Johann Wolfgang von Goethe

A Barcellona

A Barcellona. Da un po’ di giorni, anche. Ci sono tornato per vedere, fare e decidere – qualcosa o niente – del futuro. Lui è incerto. Io di più. E poi, fra l’altro, sono ospite di un pollo. Risparmio mica indifferente, e non potevo rifiutare. C’è spazio anche per un coniglio, noto, o due, ma il mio non voleva saperne di venire e io non volevo saperne di insistere… e quindi, perché ne scrivo? Come al solito, nessuna ragione. E quella – schiettamente, schiettamente, schiettamente – è anche l’unica risposta che posso dare a tutte queste stupide domande:

– Cos’è, la vita?

– Qual’è, lo scopo ?

– Mi dici la verità?

– Vale la pena inseguire i sogni?

– Ma poi i sogni, sono tuoi o degli altri?

– Margherita e risparmio o tagliolini al tartufo che sono più buoni?

– Ma poi i soldi, sono tuoi o degli altri?

– Sono io stupido a non capire o è (inserisci-qui-odio-e-rancore) a dire cose senza senso?

– Perché l’amore è così terribilmente banale?

– Rosso o viola?

– L’indagine snatura la bellezza?

– E se invece tagliassi la testa al toro e mangiassi un’insalata?

E poi dai, fatemi sfogare, fatemi dire sciocchezze, che il coniglio è lontano. E anche voi, scrollatevi di dosso le certezze, che sono armature soffocanti, ve lo assicuro. Però con cautela, con massima cautela, perché la nudità vi può privare del senso, se non siete pronti. Ma magari lo siete! E allora cospargetevi il viso di maionese, e sorridete! E’ solo nella follia del non-so-nulla che le catene più grandi si spezzano, lo sapevate? La chiamano follia, ma è il sogno originale… ironico. E l’armatura diventa un lontano ricordo. Un brutto inconveniente, però: lo scandalo. Ma quello è necessario. O forse un sorriso di scherno. Sopportabile. La maggioranza ne ha bisogno, per trovare il suo coraggio (negli occhi degli altri), e non si può evitare. E magari, forse, può darsi che un giorno – io credo lontano –, o una notte, tutta l’umanità nuda, di nuovo o per la prima volta, a vedere con gli occhi quello che la mente le aveva tenuto nascosto. E, citando Fantozzi, non escludo si scopra alla fine che era tutto quanto una cagata pazzesca: la vita, le domande, il futuro, i sogni, il pranzo di oggi. Io, comunque, ho scelto, e non si torna indietro: un’insalata.

 

 

Intagliatori di illusioni

Non ho mai creduto nelle parole. Quelle dette. Quelle scritte. Quelle lette. Eccetera, eccetera. Molta gente ci vive, sulle parole. Ci costruiscono enormi castelli, e poi ci vanno ad abitare con le loro piccole anime. Ci costruiscono abiti magnifici, per poi nasconderci dentro i propri corpi raggrinziti. Per loro le parole sono come scudi contro il mondo, o a volte specchi, che distorcono la propria e l’altrui immagine. Illusioni di altri mondi e di altri tempi. Per questo io con le parole ci vado cauto. Evito l’autoriflessione. Ricerco l’ambiguità poetica. Non parlo di castelli ma di roditori e conigli. E se voglio guardare il mondo guardo fuori, non dentro (uno schermo, o un foglio bianco). Le parole sono segni convenzionali, e come ogni segno distorcono, semplificano, e in ogni caso alterano tutto ciò che toccano. Per chi non l’avesse capito, questo non è un diario e non lo sarà mai. Non è autobiografico. Io non sono né il coniglio né il suo interlocutore, e nemmeno entrambi. O, forse… non ne sono cosciente? Le parole, io, comunque, non le capisco. A volte, quando sono incastrate per bene l’una con l’altra, mi emozionano, ma non so perché. Il mio cammino finora è stato dalla conoscenza all’ignoranza, e non il contrario. Nel percorso ho sviluppato una buona intuizione – questo mi sento di dirlo -, utile per vivere in un mondo sempre più grottescamente intelligente. Credo che l’intelligenza sia più pericolosa dell’ignoranza, perché stimola la superbia. Pericolosa per se stessi e per gli altri. Citazione involontaria da Lao Tzu, un bravo intagliatore di parole. E questo, alla fine, è diventato uno dei pochi frammenti in qualche modo autobiografici del blog. Contraddicendo quanto detto poche righe fa. L’ennesima illusione. Ma come si può scrivere di qualcosa che non si conosce? Io non so chi sono. Tantomeno chi sei tu. E lei, chi è? Non m’importa, alla fine non m’importa. Il coniglio sorride e fa un segno di assenso col muso. Le parole si sono di nuovo moltiplicate. E sono uscito ancora di strada. Quando questo blog sarà privo di parole saprete che avrò imparato a scrivere senza tastiera e penna e schermo e foglio. Un uomo migliore sarà nato. Probabilmente.

Published in: on agosto 13, 2014 at 8:15 am  Comments (2)  
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Il maestro del coniglio non ha mai detto nulla

Dopo settimane di silenzio, il coniglio bianco-azzurro aveva fatto infine capolino dalla tuba, aveva sbadigliato pigramente e mi aveva detto: “Sei silenzioso ultimamente. Non sarai diventato più saggio…”

“Temo di no. E’ solo che ho avuto da fare… il silenzio è indice di comprensione?”

“Più o meno. Così avrebbe detto il mio maestro.”

“Il tuo maestro? Non sapevo ne avessi avuto uno… è morto?”

“E’ vivo e vegeto.”

“Hai detto ‘avrebbe’…”

“Perché non ha mai parlato. Non aveva niente di importante da dire. Ma dimmi, che hai fatto di tanto impegnativo ultimamente?”

“Cose burocratiche. Università. Progetti per un lavoro all’estero. Poi ultimamente mi sono messo a discutere con la gente, di tutto. L’altro giorno ho avuto un intenso scambio intellettuale con un pollo sullo statuto epistemologico del metodo sperimentale. Sai, volevo parlartene, e spiegarti le mie ragioni, ma sono già cambiate. Dicono che cambiare idea sia segno di intelligenza, ma se i ‘me’ di uno, due, tre, quattro e cinque mesi fa si trovassero nella stessa stanza sarebbe subito rissa.”

“Bé… cambiare idea è positivo, ma è solo rinunciando alle idee che che si possono sviluppare le idee migliori. Però lo sai già, vero? Voglio dire, intellettualmente.”

“Sì, l’ho sempre pensato. Questo è il problema: pensato. Inseguo un inarrivabile ‘insight’ sulla natura del pensiero, e così mi sfugge. Ne sono cosciente: non si può comprendere il mondo col pensiero, ed essendo il pensiero parte di esso, non può autoanalizzare se stesso. Ma come uscire da questo circolo?”

“Devi smettere di chiedertelo.”

“Lo so, ma come?”

“Basta domande. Basta risposte. Guarda, là fuori ci sono macchine parcheggiate, e alcuni alberi. E nuvole. Non fa né caldo né freddo, e ho voglia di un’altra carota.”

 

 

 

 

La linea (estratto di dialogo)

“C’è una linea, no?”

“Una linea?”

“Sì, una linea. O innumerevoli linee. Ma per semplificare, immaginiamo sia una. Bene, e alla fine di questa linea ci sono dei punti, sai? Punti che la gente stabilisce di voler raggiungere prima o dopo, e a volte corre lungo la linea, per poterli toccare con mano.”

“Sono, diciamo, obiettivi?”

“Sì, punti obiettivo. Ma il fatto saliente è che questi punti si vedono da lontano, perché sono alti, e brillano, e coprono l’orizzonte. La linea, invece, procede rasoterra, e se guardi sempre avanti potresti perfino finire per dimenticarti della sua esistenza. E allora tutto diventa una proiezione, una funzione dell’orizzonte dell’avvenire, e una finzione. Non vivi qua, vivi là.”

“Ma è la natura umana, non credi?”

“In parte lo è. Voglio dire, siete fatti così. Eppure in altre epoche e in altri luoghi la linea era più importante, e esistevano persone in grado di stare ferme su di essa, senza guardare al fondo. Così sviluppavano un talento quasi perduto: l’equilibrio. L’equilibrio su uno spazio molto stretto. E diventavano funamboli, ma lo scopo era tutto il contrario del dare spettacolo. Ora è diventata un’attrazione, e ci si corre sopra, e quelli che non cadono si sfidano a chi arriva prima, o più lontano. Gli umani sono animali davvero affascinanti.”

“Sei fottutamente saggio per avere un aspetto così buffo, sai?”

“Sono le carote. Aiutano a vedere meglio. E la saggezza è una questione di occhi più che di cervello.”

 

Published in: on giugno 27, 2014 at 12:20 pm  Comments (1)  
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Riflessione sugli ultimi eventi (si ringrazia il coniglio per la carota)

Tutti quanti hanno deciso di riempirsi la bocca della parola “maturità”. E’ una coincidenza? No, ma sembra. In Italia non si chiama più così, la fine della prigionia, ma i giornali e la gente continuano a mettersela in bocca e a masticarla. La forma è cambiata, forgiata dai denti e dalla saliva. Vabé, machissenefrega. E in Spagna una “signora” mi dà dell’immaturo rifacendosi alla logica idiota dell’età anagrafica. Un coniglio millenario che conosco direbbe che è semplicemente divertente, e non dovrei neppure scriverne. E ha ragione, la gente è divertente. Ma scrivo per riempire un vuoto, là fuori, e svuotare la mente, qua dentro. L’andazzo, poi, è  ultimamente questo, e forse l’avrete notato: ho smesso di rileggere ciò che scrivo, così le cose vengono fuori più sincere, più vere (espressioni da reality show, e anche questo è divertente). E allora l’italiano muore un po’, ma prometto di accendere un cero, spento il computer. E tornando alla maturità, parliamoci chiaro: è una cazzata. Ovvero, è un involucro vuoto, che puoi riempire con la tua spocchia o lanciare contro chi la pensa diversamente, come un vaso da un balcone. Quella dei banchi e dei maestrini e delle interrogazioni, invece, è concreta come un muro. Ne ho scritto fino allo sfinimento, di quella prigione, ma la gente ama le sbarre, ama chiamare la gente piccola ignorante e accudirla contro la sua (iniziale) volontà. I pedagogisti hanno perfino inventato una professione su questa barbarie. Poi hanno inventato le lime, e le infilano a volte fra le pagine di un’antologia, o di un manuale universitario: la mia marca preferita è “scuola libertaria”, ma non è ancora un prodotto main stream. Intanto più che la Spagna, sto vivendo la Cina. Credevo di essere andato a ovest, e invece sono finito a est: allora è vero che la Terra è rotonda, e forse è per questo che la gente ci scivola sopra e si ritrova in altri luoghi, dove, se è un po’ più saggia di un’ortica, si rende conto che i posti non sono assegnati e ognuno gioca i suoi numeri. Il montepremi non vale nulla, o meglio, è un’altra parola vuota. Riempiamolo di Dio e del successo economico, e serviamo con un po’ di rucola. Il montepremi si mangia, e dicono sia buono (quelli che non l’hanno assaggiato, di solito). “E tu, coniglio, cosa ne pensi?”

“Che secondo me stai diventando pazzo.”

“Può anche essere, ma pazzo è un’altra…”

“Parola vuota, certo certo. Tieni, mangia una carota e stai zitto.”

(la carota non la rifiuto, che-fa-bene-a-tutto ed è buona, quindi chiudo qui e vi saluto. Alla prossima)

“Perché non scrivi?”

“Perché non scrivi?” mi chiese il coniglio. Erano le 4 del pomeriggio, e mi trovavo nel mio appartamento a Barcellona alle prese con le battute finali di una fase della mia vita che lasciava il passo a un futuro di non-lo-so: stavo scrivendo la tesi del master e preparandomi per gli ultimi due esami. Quella domanda mi colse alla sprovvista, perché di solito ero io a fare le domande.

“Hai ragione, non scrivo da un po’ di tempo, sia sul blog che su decrescita.com, ma per ragioni diverse…”

Il coniglio si limitava ad osservarmi, sguardo perplesso e orecchie buffamente piegate verso destra.

“… non ho più scritto sul blog per mancanza d’ispirazione, principalmente, e per lo stress. Nei periodi di stress, del resto, l’ispirazione è la prima a soffrirne. Per quanto riguarda i miei articoli più seri, beh, sono intrappolato nella banalità della catastrofe.”

“Banalità della catastrofe… no, non hai bisogno di spiegare, so già che sarà estremamente noioso e praticamente inutile.”

“Però ti spiego lo stesso, lungorecchie. La banalità della catastrofe significa questo: 6/7/8/non-ricordo-quanti anni fa mi interessai all’ecologia, e iniziai a leggere miriadi di libri, articoli, cose-varie e ogni cosa era sconvolgente. Molte, moltissime cose che la gente non sa e che stanno succedendo nel mondo, e non solo là, lontano, ma anche qui, vicino. Allora che fare: “ne scrivo, ne parlo ad altri, cerco soluzioni”. E, dopo un po’, approdo su decrescita.com, e lì ho scritto negli ultimi 4 anni. E intanto continuavo a leggere, a informarmi. Col passare del tempo, mi resi conto che le cose che leggevo, le avevo già lette da altre parti. Le informazioni si ripetevano. E negli articoli, la stessa cosa. Allora inziai ad approfondire, ma più ne parlavo, più ne scrivevo, più ne discutevo, più tutto diventava banale, scontato. E allora sì, è questa la banalità della catastrofe: è il mondo che muore, e tu che vai fuori a bere qualcosa, con gli amici, parlando dei mondiali di calcio. Per questo ho deciso di prendermi una pausa, non so quanto lunga. Forse è quasi finita, forse è appena iniziata.”

Ma il coniglio stava già dormendo, il muso abbandonato sull’orlo del cilindro nero. Allora che fare? Aggiorniamo il blog! E passati dieci minuti eccomi qua, poche righe dopo, a scrivere la parola… una parola originale? Ma no, alla fine diventa tutto banale, banale come il più classico dei classici: fine.

Published in: on giugno 18, 2014 at 2:21 pm  Comments (2)  
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La virtù perduta del mondo

“C’è sempre qualcosa d’inaspettato, pronto a sorprenderti. E’ lì, proprio dietro l’angolo, ma tu non lo vedi. La sorpresa può anche essere negativa, e questo blocca. Imprigiona. Allora beh, due soluzioni: o si sta fermi e si aspetta, oppure si svolta e si osserva. Non voglio dire sia meglio svoltare. Tutti si aspettano sempre che un discorso sul coraggio finisca per incoraggiare a essere coraggiosi, ma non credo ci sia una verità in questo. Dipende tutto da ciò che si vuole, e dal sapere che cosa si vuole. L’angolo può essere un’opportunità o una sofferenza. Del resto dall’altra parte c’è sempre qualcuno che si pone le stesse domande, che si chiede se svoltare o lasciare perdere. Il mondo è uno, in fondo, ma è separato. Lo separiamo nelle nostre menti, con i pensieri; lo separiamo nelle nostre vite, con le azioni. Separazione, tuttavia, non è necessariamente un’opportunità perduta. Può essere un’opportunità colta. Ma la costante è l’impossibilità di saperlo. La separazione è incertezza, quindi, e desiderio, e mistero. Un cerchio è composto da infiniti angoli. Come il cappello rotondo di un mago. E puoi girarci intorno tutta la vita, tutta la vita davvero, e non saprai mai cosa c’è dentro. Allora forse guardare dentro, e non dietro l’angolo, è la virtù perduta del mondo.” disse il coniglio bianco oscillando buffamente le lunghe orecchie.

Published in: on aprile 23, 2014 at 10:02 am  Lascia un commento  
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Allegorie e vocali

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima,

ma temo si tratti di un errore di battutura mai corretto.

Gli occhi sono uno spicchio dell’anima.

O peggio: la scorza che la nasconde.

 

Published in: on aprile 17, 2014 at 11:02 am  Comments (5)  
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