I limiti dell’apprendimento imposto

Scriveva Lev Tolstoj nella seconda metà dell’800: “L’educazione è l’intervento di un individuo su un altro al fine di obbligarlo a fare proprie determinate abitudini morali […]. L’educazione è l’aspirazione al dispotismo morale elevata a principio” (Tolstoj 1975, pp. 77-79).

Questa definizione, adesso come allora, si adatta perfettamente al modo in cui in occidente – e oramai non solo – è concepita l’educazione scolastica di bambini e ragazzi. Un’educazione basata sull’insegnamento massificato piuttosto che sull’apprendimento individuale, all’interno di istituzioni standardizzate sia dal punto di vista spaziale (le aule tutte uguali) sia dal punto di vista temporale (gli orari fissi, i quadrimestri, gli anni scolastici). Attraverso queste istituzioni ognuno è costretto a passare, “imparando” le stesse cose nello stesso momento, secondo criteri esclusivamente anagrafici. Con il nobile proposito, apparentemente egualitario, di fornire a tutti le medesime opportunità d’istruzione, si costringe gli interessi dei più giovani verso binari prefissati, privandoli della possibilità di soddisfare la propria curiosità a 360 gradi e di operare qualsiasi scelta significativa circa le regole e i tempi del proprio apprendimento. L’esito del processo produttivo della scuola-fabbrica è un adulto normalizzato, privato della propria fantasia da anni di asservimento, ligio al dovere e con scarso senso critico: il prototipo del perfetto cittadino consumista, lo studente di successo alle superiori, quello che tutti definiscono una persona brillante. L’altro studente, quello curioso e sperimentatore, interessato a campi del sapere non contemplati dagli standard educativi, è lo studente fallito, indisponente, poco adatto allo studio: riuscirà a sviluppare le proprie doti, se sarà abbastanza forte d’animo, non grazie alla scuola bensì nonostante essa, una volta raggiunta l’età adulta.

I metodi di una scuola basata sulla normalizzazione delle persone  e sulla loro deresponsabilizzazione (tutto è deciso dagli adulti) finiscono così per snaturare la dinamica dell’apprendimento, trasformandolo in un processo di formazione. Il bambino è visto in questa prospettiva come un essere incompleto, da plasmare secondo gli standard morali della società, in un rapporto soggetto-oggetto fra educatori ed educati. La conoscenza, inculcata dall’esterno, deve necessariamente basarsi su un meccanismo di premi e punizioni, di valutazione e disciplina, perché il bambino non può sapere cos’è giusto per lui, cosa la società da lui si aspetta: senza una mano da parte nostra non potrà mai diventare una persona di successo, ottenere un buon lavoro, prestigio, denaro, mandare avanti le nostre tanto fondamentali tradizioni e far girare l’economia. Il disegno libero, la scrittura creativa, la messa in discussione delle conoscenze, il gioco… tutte cose non contemplate dai programmi scolastici ministeriali, giudicate superflue nel processo di formazione dell’adulto standard. E così le attività pratiche, come aggiustare un orologio o curare un orto.

La maggior parte delle attività scolastiche sono finalizzate alla vita futura del bambino, al suo stadio “maturo” [1], come se la condizione di bambino fosse una temporanea e necessaria preparazione alla vita vera, quella dell’adulto, e non la vita stessa. Tale concezione utilitaristica dell’istruzione, intesa come formazione demiurgica eterogena finalizzata al futuro, impedisce lo svilupparsi naturale dei più piccoli, mortifica le loro inclinazioni privandoli della libertà e giudicandoli; li rende schiavi della morale e delle scelte che genitori, insegnanti e sistema scolastico operano per loro, con la scusa di fare il loro bene; li introduce in un mondo ipercompetitivo dove l’apprendimento è strumentale alla gratificazione del voto e il diritto allo studio non è affatto un diritto, ma un dovere imposto. E in effetti “mai schiavo fu tanto di proprietà del padrone, come il bambino lo è dell’adulto. Mai ci fu servo la cui obbedienza fosse così indiscuibile e perpetua come quella del bambino all’adulto” (Montessori 2000, pp. 11-12). Queste parole possono apparire superate, riferite a un’altra epoca, quando la scuola era più severa e austera, e si ricorreva a punizioni anche fisiche verso gli studenti indisciplinati; ora è opinione diffusa che i bambini siano anche troppo liberi, i genitori troppo compiacenti e in generale il problema non stia nel sistema scolastico in sé, quanto nella mancanza di fondi, nella preparazione degli insegnanti o in altre questioni secondarie denunciate a intervalli regolari dalle manifestazioni studentesche. In realtà la scuola è mutata nella forma ma non nella sostanza: è scomparso il segno più tangibile dell’asservimento,  la violenza fisica come sistema di  punizione, ma quella psicologica, basata sulla valutazione, è rimasta intatta, così come intatto è rimasto il carattere antidemocratico e antiliberale dell’istituzione.

E del resto un adulto abituato fin da piccolo alla sottomissione della gerarchia, a non esercitare il proprio intuito e il proprio pensiero critico, finirà poi per  insegnare questi stessi valori ai suoi figli, perpetuando il sistema.

Non resta allora che riporre le speranze nei perdenti per scelta, in quelli che la scuola-fabbrica l’hanno rifiutata e per questo sono stati da essa espulsi, alla stregua di scarti di produzione. E’ tempo che si apra una breccia nel meccanismo idiota della conoscenza imposta, che si inizi a fare studiare ai bambini ciò che desiderano studiare, lasciando da parte le logiche del profitto. Perché “i fanciulli educati liberamente non faranno soldi, ma faranno la storia” (Kohn 2010). E non si tratta di utopia bensì di realtà quotidiana nelle centinaia di scuole democratiche e libertarie [2], attive in più di 200 paesi, che ospitano attualmente circa 40.000 fra bambini e ragazzi (Cordello e Stella 2011). Scuole dove si può scegliere di non frequentare le lezioni e di non studiare, ma dove alla fine, non essendo obbligati a farlo, si finisce per riscoprire l’interesse verso il mondo e quel desiderio di conoscenza che la scuola tradizionale tenta in tutti i modi di soffocare, in nome di ideali ipocriti di cultura e uguaglianza.

note:

1. Emblematico a questo proposito il fatto che il termine del processo d’istruzione istituzionale coincida con un esame denominato “maturità”.

2. Vi rimando a quest’altro mio articolo per un ulteriore approfondimento sulla realtà delle scuole democratiche e libertarie.

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10 commentiLascia un commento

  1. UTOPIA

  2. E invece è realtà. E questa realtà ha diversi nomi: Summerhill, Sudbury Valley School, Scuola democratica di Hadera, Kinokuni, Sands School solo per citarne alcuni.

  3. Discorso molto interessante. Secondo me un punto critico è dato dal fatto che i bambini/ragazzi, in particolari quelli più giovani, potrebbero non essere in grado di prendere delle decisioni non dico giuste ma quantomeno sensate. Spesso secondo me potrebbero preferire attività futili ad altre più arricchenti, per poi rendersi conto in futuro delle opportunità che hanno perso.

  4. è quello che ho pensato anche io. Però pare che queste realtà funzionino bene, almeno a detta della stragrande maggioranza dei bambini, degli ex-studenti, dei genitori e degli operatori. Inoltre le scuole tradizionali sono piene di attività che da un punto di vista strettamente utilitaristico sarebbero giudicabili inutili o superflue: vedi ad esempio il latino o la letteratura inglese. Altre che potrebbero essere considerate più utili, come l’economia aziendale, la sociologia, o appunto cose più pratiche come la cura di un orto, sono spesso assenti. Ma, ancora una volta, chi siamo noi per decidere cosa gli altri devono studiare, e secondo che criteri prendiamo queste decisioni? Senza contare che studiando cose che interessano e per libera scelta si è più stimolati e si impara più velocemente…Inoltre ogni individuo ha inclinazioni diverse, e dovrebbe essere lasciato libero di seguirle. Detto questo la maggior parte delle scuole democratiche possiede dei programmi minimi obbligatori (anche se di solito programmabili nei tempi e nelle modalità di insegnamento attraverso assemblee democratiche dove i bambini hanno potere di voto tanto quanto gli adulti) nelle materie giudicate più essenziali (l’aritmetica ad esempio). Comunque ti invito anche a vedere il video linkato alla fine dell’altro articolo citato in nota 2

  5. […] che si fa reale), e dopo aver scritto un paio di articoli a riguardo (che potete trovare qui e qui) e letto qualche libro sull’argomento, lo scorso weekend ho partecipato a Rimini […]

  6. […] questa la parola, a caratteri maiuscoli, che spiccava come primo commento di un mio articolo di qualche tempo fa dove parlavo di queste cose. Il commento finiva lì, una sola parola a bollare […]

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